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Fini vuole solo giocare la sua partita

Il punto è stare in campo o in panchina, giocare o non giocare. Gianfranco Fini vuole giocare. E dunque sta al gioco. Un gioco le cui regole furono scritte nel ’48, naturalmente dai vincitori della guerra (‘civile’ e non). Ma nelle parole con cui ieri il presidente della Camera ha stroncato le recenti uscite di Alemanno e La Russa su fascismo e Rsi c’è una novità. Nel 2003, durate il suo ormai celebre viaggio penitenziale a Gerusalemme, l’allora anche formalmente capo di An disse, o comunque lasciò che si scrivesse,  che il fascismo è stato «il male assoluto».

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L'antifascista Napolitano e le deboli parole di La Russa

Nel giorno in cui un adontato Gianfranco Fini convoca a Montecitorio Alemanno e La Russa, da Helsinki il Capo dello Stato lamenta che in Italia non tutti si identificano pienamente «nei principi e nei valori» costituzionali. E’ chiaro che ce l’ha con i due dirigenti di An. Colpevoli, il primo di aver relativizzato l’uscita di Fini sul fascismo «male assoluto», il secondo di aver teorizzato il patriottismo di chi si arruolò nella Rsi.

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Veltroni alle corde, costretto a sperare in Fini

Cosa fa il leader politico quando le corde del ring gli graffiano ormai la schiena?

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Tre bandiere per una sola maggioranza

Mentre il Pd si dibatte tra gli smarcamenti di Rutelli, le grane giudiziarie di Del Turco e il ‘fuoco amico’ di Repubblica, la maggioranza si ricompatta in vista della ripresa autunnale. Tre partiti, tre priorità opportunamente concatenate: il federalismo fiscale, caro alla Lega; la riforma della giustizia, cara a FI; le riforme istituzionali, care ad An. Care, nel senso che, visto anche il ruolo istituzionale assunto da Fini, sarà quella della forma di governo la bandiera che la destra intende intestarsi. Ma i tempi della riforma saranno lunghi.

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