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Cassese: 150 anni di unità senza Stato

Pubblicato da Achille Scalabrin Lun, 07/11/2011 - 17:41

L’ITALIA: una società senza Stato? C’è un punto di domanda nel titolo della ‘Lettura del Mulino’, la ventisettesima, affidata quest’anno a Sabino Cassese. Ma al termine delle quindici cartelle del suo intervento nell’Aula Magna dell’Ateneo bolognese, - davanti anche al Governatore della Banca d’Italia Visco, al direttore generale Saccomanni e all’ex premier Prodi - viene spontaneo metterci un punto esclamativo. E’ una vera e propria requisitoria, quella che il giudice costituzionale, raffinato giurista ed ex ministro nel governo Ciampi, fa riecheggiare in Santa Lucia. Prende spunto dai 150 anni di unità d’Italia per fare un ritratto impietoso quanto realistico di un Paese in cui «manca l’anima della nazione», per usare le parole di Mazzini, di uno Stato in cui i poteri pubblici sono somiglianti a «cere pallide, macchine gracili e frolle costituzioni», per dirla con un medico bolognese del 1870.

OGGI COME IERI. La «costituzionalizzazione debole» è l’espressione che mette insieme lo Statuto Albertino e la Costituzione repubblicana. Se la prima fu concessa dal re per tutelare se stesso, la seconda «è stata tradita, sfigurata» dalle stesse forze che l’hanno scritta. «Dire che gli ideali politici della Costituente sono ancora vivi, è una beffa, o una truffa, a seconda di chi lo dice», sosteneva Massimo Severo Giannini nel 1981. E non è casuale che Cassese riprenda il concetto trent’anni dopo, trent’anni di ritardi. Che ne è stato dell’art. 4 («La Repubblica riconosce a tutti i cittadini il diritto al lavoro e promuove le condizioni che rendano effettivo questo diritto»), dell’art. 34 («I capaci e meritevoli, anche se privi di mezzi, hanno diritto di raggiungere i gradi più alti degli studi»), dell’art. 46 («La «Repubblica riconosce il dirtto dei lavoratori a collaborare, nei modi e nei limiti stabiliti dalle leggi, alla gestione delle aziende»)? A chi chiederne conto? «Come giudice costituzionale non posso pronunciarmi», aveva chiosato Cassese la sera prima incontrando i giornalisti nella sede del ‘Mulino’. Smarcandosi così anche dalle domande sugli attacchi di Berlusconi alla Consulta e ai suoi «undici giudici comunisti» (chissà perché comunisti, chissà se sottoposti a esame del sangue).

Anche con la «Costituzione tradita» si spiega il distacco tra Stato e cittadini. Ma soprattutto in questa frattura si annidano «l’illegalismo di gruppo, quello individuale, quello della corruzione, della evasione ed elusione fiscale». Il tutto sullo scenario dell’«illegalismo legale» (parole di Piero Calamandrei), attraverso cui a governare sono le deroghe, le eccezioni e non la certezza del diritto.Alla discrezionalità del potere - secondo l’analisi di Cassese - si accompagna la sua precarietà: 121 governi in 150 anni di Unità. Un secolo e mezzo in cui «la vestizione di interessi privati con panni pubblici è continuata, anzi si è estesa». Un’«amministrazione inetta» che va di pari passo con una «giustizia arbitraria».

A CHI LAMENTA l’eccessiva presenza dello Stato (la Lega, anche se non viene mai nominata), Cassese replica che abbiamo avuto «troppo poco Stato». Ma quello che lui auspica non è lo Stato padrone, grande datore di lavoro. Pesca bensì nei canoni liberali: «un severo minimo di regole valide per tutti, un sistema di ordini e divieti da tutti rispettati, un organismo sano nel quale la collettività possa fare affidamento». Ai giornalisti che gli chiedono come costruire questo Stato, affida l’immagine dei fuochi accesi in più punti del bosco per avere la certezza che bruci. Non quindi un’unica soluzione, ma tanti interventi mirati.

«La relazione di Cassese mi è piaciuta molto», ha commentato Visco, qui in veste anche di socio del ‘Mulino’. Mentre Prodi ha sottolineato che dare regole a partiti e sindacati è «cosa difficilissima, perché nessuno le vuole». Ma gli italiani vogliono lo Stato? Cassese non ha dubbi: vogliono uno Stato che funzioni. Più che una società senza Stato, siamo una società ancora in attesa di regole certe. Una società che tuttavia in 150 anni ha fatto molti progressi, ma arrangiandosi

(pubblicato su Qn-Carlino-Nazione-Giorno il 6 novembre 2011)

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