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Ricordando Florin nella Giornata dell'infanzia, la festa dell'ipocrisia

Pubblicato da Lorenzo Sani Mer, 12/12/2007 - 11:12

IN ITALIA E NEL MONDO TOLLERATI ABUSI CONTRO MILIONI DI CREATURE INERMI Roma, 20 nov.(Adnkronos) -
Antonio Marziale e Pietro Zocconali, rispettivamente presidente dell’Osservatorio sui Diritti dei Minori e dell’Associazione Nazionale Sociologi, si dissociano dalle odierne manifestazioni celebrative della giornata mondiale dei diritti dell’infanzia: «Una manifestazione che -sottolineano Marziale e Zocconali in una nota congiunta- lascia il tempo che trova e rischia di apparire intensamente ipocrita se commisurata ad una realtà mondiale e nazionale oltremodo tollerante rispetto alle molteplici forme di abuso che quotidianamente milioni di creature inermi patiscono». «In contemporanea alle cerimonie programmate in ambito scolastico, civile e istituzionale, un numero spropositato di bambini è costretto a mendicare sui vagoni delle metropolitane e agli angoli delle strade, a scapito della legittima scolarizzazione e del sacrosanto diritto al gioco ed all’integrazione nel nostro Paese -sottolineano Marziale e Zocconali- Chissà quanti pedofili e pedopornografi si recano nei tribunali per patteggiare in modo indolore ed anonimo la loro pena. Migliaia di bambini sono obbligati ad imbracciare armi per offrire il loro contributo di sangue a terre impegnate in guerre cruente. Quantità indefinibili di bambini devono forzatamente recarsi a lavoro per cucire capi di abbigliamento ed accessori che poi fanno bella mostra di sè nelle migliori vetrine commerciali dell’opulento occidente. E noi dovremmo festeggiare? Cosa?».
«Fino a quando la realtà collide così palesemente con le norme contemplate dalla Carta internazionale dei diritti del fanciullo non ce la sentiamo di celebrare alcunchè, rispettando comunque profondamente la scelta di quanti pensano che la giornata debba essere commemorata. Piuttosto -concludono Marziale e Zocconali- noi oggi, con il nostro dissenso, intendiamo onorare la morte di Florin, 4 anni, bruciato ieri nel rogo di una baracca a Bologna».

(AGI) - Bologna, 20 nov. - Lutto cittadino per i funerali del piccolo Florin, il bimbo rom di 4 anni morto ieri a Bologna nell’incendio della baracca dove viveva con i genitori e i due fratellini, questi ultimi rimasti gravemente
ustionati ma salvi grazie al padre. Lo chiede il segretario provinciale di Rifondazione Comunista, Tiziano Loreti.
«La tragica vicenda accaduta ieri mattina nella ‘civilè Bologna - commenta Loreti - crediamo che interroghi e
riguardi tutta la città. Riteniamo che un primo passo in questa direzione sia la trasformazione del giorno dei
funerali di questo bambino in una giornata di lutto cittadino, a prescindere dal luogo in cui si terranno». Loreti si augura che le autorità competenti si adoperino affinchè ciò avvenga.

Il servizio sulla morte di Florin pubblicato da QN

di LORENZO SANI
BOLOGNA—Vivevano in una vecchia rimessa per gli attrezzi. Erano in cinque, marito, moglie e tre bambini, in 30 metri quadri, senza un pavimento, senza servizi igienici, senza un vero e proprio tetto, quattro mattoni, due finestre murate su quattro, un paio di fradice travi portanti in legno e la copertura in onduline di alluminio corroso dalla ruggine. Una specie di pollaio non molto diverso da quello dell’emigrante in Svizzera Nino Manfredi nel film Pane e cioccolata, che ci ricorda di quando gli albanesi o i rumeni del mondo eravamo noi italiani.
In quel fatiscente tugurio si è consumata all’alba di ieri una tragedia della povertà simile purtroppo ad altre, ma con risvolti che la rendono ancora più inquietante: un bimbo rumeno di quattro anni, Florin, il più piccolo dei tre fratellini, è morto bruciato vivo a Bologna, nel rogo che in pochi minuti si è portato via quella misera baracca che sorgeva in un angolo particolarmente degradato del quartiere Borgo Panigale, a poche centinaia di metri dall’accesso all’aeroporto Marconi, ai piedi del viadotto della tangenziale.
Il capofamiglia Cristinel Draghici, 27 anni, di etnia rom, muratore a chiamata (e in “nero”), è stato il primo ad accorgersi che la catapecchia stava bruciando e con l’aiuto della moglie Uliana, 24 anni, è riuscito a mettere in salvo due dei tre figlioli, ricoverati in seguito all’ospedale di Padova per le ustioni al viso e alle mani, in prognosi riservata, non in pericolo di vita. Purtroppo nulla ha potuto fare per il piccolo Florin, che dormiva nel lettino più lontano rispetto alla porta d’ingresso. Non c’è stato il tempo. Cristinel Draghici ha raccontato ai vicini di essere stato costretto a lasciare Sibiu, la capitale della Transilvania meridionale, perché una frana gli aveva distrutto la casa. Da tempo era venuto in Italia per rifarsi una vita e lo scorso agosto lo ha raggiunto la famiglia che voleva integrarsi e si è battuta per iscrivere i bimbi alle scuole elementari e all’asilo comunale. Da tre mesi il nucleo era in carico ai servizi sociali, anche se non aveva ancora ricevuto la visita degli assistenti. Sarebbe stato un sovraccarico elettrico, proveniente da un cavo interrato e allacciato abusivamente ad un palazzo diroccato che fu dell’Aeronautica militare — dove un mese fa erano stati sgomberati circa una quarantina di occupanti stranieri — a provocare l’incendio. Gli inquirenti tendono ad escludere ipotesi di dolo e la procura ha aperto un fascicolo contro ignoti per omicidio, incendio e lesioni colpose.
Nel “pollaio” dove si è consumata la tragedia arrivava l’acqua corrente (la bolletta era regolarmente pagata), c’erano un paio di stufette elettriche, la tivù e un videoregistratore. Compatibilmente con la miseria nera Cristinel ha sempre cercato di far mancare nulla ai suoi bambini.
«Erano brava gente, il marito lavorava saltuariamente come muratore, la moglie teneva pulita la casa e il giardino», ricorda il pensionato Aristide Presti, il vicino che ha dato l’allarme al 113. Racconta di essersi svegliato per il crepitio delle fiamme: «Quando mi sono affacciato ho visto il fuoco e la donna che urlava disperata “il mio bambino, il mio bambino!” e il marito che portava all’esterno la bombola del gas collegata a un fornello perché non esplodesse», ma racconta anche di quei tre chiassosi marmocchi di 4, 6 e 8 anni «che si divertivano a giocare coi i miei due cani. Li ho visti l’ultima volta l’altra mattina: c’era un freddo pazzesco, ma loro erano usciti di casa a piedi nudi per fare la pipì in giardino. Il più piccolino, poveretto, era il più “inselvatichito”», rammenta con affetto sincero, nonostante la scelta dell’aggettivo non sia proprio la più pertitente per un essere umano.
I Draghici vivevano in quel capanno, di proprietà di una famiglia di giostrai bolognese, i Bonora, imparentata a un altro clan familiare molto conosciuto nell’ambiente dei girovaghi, i Suffer. Di fianco al capanno andato in fiamme c’è infatti un magazzino e poco distante un’abitazione. Insomma non poche persone sapevano che una famiglia viveva in condizioni disumane in una struttura definita dai magistrati «inadeguata», eppure sfuggita sfuggita alle perlustrazioni che settimanalmente si fanno sul Lungoreno per scoprire le baraccopoli, nella città che, a due settimane dalla firma del decreto sulla sicurezza, ha il record delle espulsioni di cittadini rumeni «entro 30 giorni»: 43 a Bologna sui 92 in Italia. L’acqua veniva pagata, i bimbi erano regolarmente iscritti alle scuole pubbliche, la famiglia faceva affidamento sulle strutture comunali per trovare una casa. Possibile che nessuno sapesse davvero dove vivevano e soprattutto che, ottemperati i doveri, alla voce diritti i Draghici diventassero invisibili?

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