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Quella birra che salvò una serata (quando la verità, comunque, è che non gli piaci abbastanza)

Pubblicato da Benedetta Salsi Gio, 28/07/2011 - 12:59

Una serata come le altre, di varia umanità seduta sui gradini di una piazza, a raccontarsi delle proprie sventure quotidiane; e di quanto, comunque, il più bel manuale sulle relazioni umane non sia ancora stato scritto. I locali che chiudono, contrariamente alla voglia che si ha di stare insieme. Si finisce così ad aprire un frigo e a tirare fuori l'unica birra fredda che possa accompagnare le parole che non smettono di sgorgare, per continuare a prendersi un po' in giro. Si fanno le quattro tra risate, tabacco e sincerità non diluita. Sesso, amore, relazioni. Il bersaglio è solo quello, ça va sans dire. Si va a dormire comunque troppo tardi, certi che questa, in fondo, possa essere una buona vita. Poi, il giorno dopo, arriva un messaggio.

“Mi viene da sorridere a pensare a come poche ore fa ci siamo ritrovati in tre, ognuno a raccontare, in una sorta di terapia di gruppo, la propria esperienza individuale sfigata presente o, anche passata, attorno a una baffo d'oro, per un paio d'ore ombelico del mondo, con tre esistenze forti e fragili allo stesso tempo attorno a essa, birra d'oro di nome, ma che davvero valeva oro in quel momento di condivisione sacra di riflessioni di vita. Perché il punto non è non avere le palle per buttarsi a capofitto dentro una nuova situazione di incertezza e rischio; non è non avere le palle di fare errori significativi; il punto è averne le palle piene di come vadano sempre le cose, perché tanto continuano ad andare così, non è forse vero? Non le/gli piaci abbastanza quando va bene; non le/gli piaci proprio quando va male. Ma tanto questo quasi nessuno ha le palle di dirtelo in faccia perché erroneamente si pensa che un lungo logorio più sottile faccia meno male di un pugno allo stomaco diretto. Ma siamo tutti lì, attorno a quella birra ed è bello lo stesso. E va bene lo stesso, con forse la consapevolezza di avere sempre più capito come vanno le cose e il mondo. E di sicuro l'amarezza del sapere già, però, che una volta dopo aver fatto il pieno di amicizia e di parole e discorsi (che in quel momento sono caldi abbracci per la tua anima nuovamente colpita in quel punto peraltro sempre livido), ci si risolleva, si va nuovamente avanti, e ripeto è giusto e deve essere così; e si fa, magari subito l'indomani, una nuova pessima figura con una tipa che, a quanto pare, davvero non mi calcola proprio, la quale preferisce raccontarmi di come ne vorrebbe tanto da lui (l'ex o new entry che sia non importa, tanto ti passano comunque sempre avanti) anziché darmi una possibilità di farmi conoscere per quello che sono. E poi? Poi si sbatte ancora la faccia contro il muro, ci si fa male e si spera ci sia, proprio in quel momento, la compagnia giusta e una birra in frigo per salvare una serata dove a metà, per come si era messa, si voleva già andarsene per riaprire nuovamente e tristemente (ovviamente da solo e magari con le musica alle orecchie per isolarsi ancora di più dal mondo), quel fardello di pesanti delusioni, amare riflessioni, vane speranze, tristi consapevolezze e inutili soddisfazioni”.

Il messaggio nella bottiglia è arrivato a destinazione. L'ho aperto, l'ho divorato, consumato. E ho pensato che forse, possa essere davvero universale. Così lo rilancio, nel mare delle vostre sensibilità. Che tanto, poi, alla fine è sempre così: se anche non gli piaci abbastanza, forse la bellezza vera sta nel sapere ancora una volta, in una sera come le altre, con chi stappare quella baffo d'oro.

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