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Nel mondo che faremo, Dio è risorto. E' partito il Lucca Summer Festival

Pubblicato da Benedetta Salsi Sab, 02/07/2011 - 14:54

“Le ho dedicato questa canzone e mi ha risposto: 'Adesso secondo te dovrei anche mettermi a piangere?' Be'... Allora ho scritto 'Quattro stracci'”. Al mio fianco, sedute per terra in piazza Napoleone, gambe incrociate, lambrusco nelle bottiglie di plastica, panini avvolti nella stagnola, in una Lucca meravigliosa e graziata dal meteo, c'erano almeno quattro generazioni. Adolescenti, trentenni, mamme, nonni. Tutti lì a contemplare la poesia di Francesco Guccini, dietro uno striscione che inneggiava per lui al Nobel per la letteratura.

Settantun anni, portati sotto una enorme camicia blu e la barba d'ordinanza, tra una sorsata e l'altra di vino rosso. E migliaia di persone commosse ed emozionate corse lì da tutta Italia solo per il professore. Quel maestro di Pavana che ha infilato la sua voce dritta nell'orgoglio di chi non crede che l'arte possa scuotere anche oggi, parlare dritto al cuore. Perché con quella spada dalla erre moscia invece, parafrasando Cirano, lui sa ancora uccidere. E lo fa quando vuole.

E così – fra quel camerino “che sembra la tenda di Gheddafi” e “un palco troppo grande per noi poveri musicisti di provincia (ora capisco perché Vasco vuole smettere...) ” – risate e pelle d'oca si sono alternate senza soluzione di continuità. In platea c'era spazio per tutti. Chi sventolava la bandiera rossa del Che, ragazze coi tacchi, settantenni in ciabatte, coppie innamorate. Mano nella mano, a intonare parole fino a perdere il fiato.

Il testo in questione, quello dedicato senza successo all'ex moglie, era Farewell. Ovvero l'addio, inno perfetto e commovente della caducità delle relazioni sentimentali, portate come maglioni sformati sui jeans, come solo a vent'anni si sa fare. L'errore fatale, quello di credere speciale una storia semplicemente normale. Sono scivolate via così oltre due ore di musica senza tempo, che non si è mai interrotta. Fino a quella locomotiva lanciata contro l'ingiustizia, sulla quale continuano a viaggiare uomini coraggiosi e tutti uguali.

Prima però, tra un'ulteriore manata agli insopportabili moscerini che lo hanno martoriato tutta sera, una battuta qua e là e i musicisti di sempre, quel 'Dio è morto' che è risuonato come un grido. Un manifesto. E allora, senza fare troppa retorica, ho aperto gli occhi su una di quelle serate in cui si tocca con mano la realtà. Quella fatta della meglio gioventù, che va ai concerti semplicemente per cantare ed emozionarsi. Giovani di tutte le età che credono, lottano e sperano. Pronti anche all'idea che si possa invecchiare senza maturità; certi, però, che Dio risorga ogni giorno nella bellezza delle piccole cose. Anche in un abbraccio tra amici e in un sorriso sincero, davanti al palco del Lucca Summer Festival.

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