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Io, la corsa con i tacchi e la mia prima Red Bull

Pubblicato da Benedetta Salsi Gio, 07/07/2011 - 22:52

Una metafora dell'esistenza e della condizione femminile. Oppure, più semplicemente, un autoironico motivo per non prendersi troppo sul serio, tra famigliole a passeggio e ragazzi che mangiano il gelato. E allora perché no? Perché non farseli davvero questi cento metri di corsa con i tacchi? Sorrisi strappati tra le gare più serie, perché lo sport e il divertimento, come sempre, vadano a braccetto. Un’occhiata assertiva e ironica tra colleghi: «È stasera... E se non la fai tu, chi la deve fare?»

E io, che nella vita con i tacchi (rigorosamente 12) ci combatto (e vinco) quotidianamente, non mi sono fatta scappare l’occasione. Iscrizione al banco. Ormai è fatta. Pettorina numero 8, leggins neri, due spille da balia sulla maglietta rosa sponsorizzata dallo staff.

Mi precipito a casa, sfodero le mie runners più comode. Il regolamento parla chiaro: almeno 7 l’altezza e non più di uno e mezzo il diametro. Sono lì nella scarpiera, vernice nera. Brandisco un righello: tacco dieci, largo un centimetro e laccetto alla Mary Jane. Ci siamo. Mi infilo la t-shirt d'ordinanza (scoprirò poi che le mie rivali erano ‘travestite’ nei modi più improbabili... ), un elastico nei capelli e via. A prendersi un po’ in giro.

Sono le 22 quando, dopo le misurazioni da parte dell'ufficiale di gara sulla regolarità dei nostri stiletti, parte il colpo di pistola. Più veloci del vento (o quasi... ) L’obiettivo? Non arrivare ultima, piccolo salvagente del pudore e della vergogna, nella mia città. Ho ancora una faccia. Diciotto ‘tacchettine’ (tra le quali una un po’ particolare, alta almeno uno e 90, barba incolta e parrucca che non vuole stare ferma) a sgomitarsi sullo start; tre vestite da massaie, bigodini e matterello in mano; altre più professionali, sandalo stretto alla caviglia con lo scotch; tutte, però, con un gran sorriso.

Arriverò più o meno in mezzo. Gran risultato. Sul gradino più alto del podio (il premio è un buono da spendere ovviamente in scarpe) la ragazza che mi aveva aiutato ad appuntare la pettorina pochi secondi prima. Atleta di pallavolo. Una, dietro di me, è inciampata nel pavé davanti alla fontana: è lei ad arrivare ultima. Tiro un sospiro di sollievo (lo so, sono cattiva... )

Ma, alla fine, credo che quelle diciassette ragazze più una, che hanno deciso di passare così un mercoledì sera un po' diverso, sprezzanti dei commenti e dei fischi di chi le guardava da dietro le transenne, abbiano vinto un po' tutte. Soprattutto nella competizione, mai abbastanza giocata, della simpatia.

Un dubbio però mi rimane: ma bere la prima Red Bull della propria vita a pochi minuti dalla gara, è doping? In quel caso, lo ammetto, sono squalificata...

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