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Caro il mio Luciano, seduto in riva al fosso

Pubblicato da Benedetta Salsi Lun, 08/08/2011 - 13:45

Vasco e Liga. Il Blasco e il rocker di Correggio. Uno che gliele suona al ritmo dei post di facebook. L'altro che tace. E incassa, seduto in riva al fosso. In fondo, è fatto così. Questa corsa folle speriamo la faccia fare solo al Komandante. Speriamo che non risponda. Che non infarcisca la polemica. Non ne ha bisogno. Non ne avrebbero bisogno entrambi. Caro il mio Luciano, in fondo, lo hai scritto tu. La lettera era indirizzata a un tal Francesco da Pavana, quello dell'Avvelenata, ma i concetti erano chiari. Come quei colleghi, li conosci, che ti sparano addosso solo per un titolo più largo. Avanti pure un altro.

La prima volta non ci credeva, la firma di quel post non poteva essere originale. Poi è arrivata la conferma. Lui, non lo avrebbe mai fatto. Così diceva il reggiano. Ed ecco l'ennesima sberla. Sempre sulle quelle libere, dilaganti e scorrettissime bacheche.

Campovolo 2.0. Luciano era lì, davanti a giornalisti impazienti che non facevano altro che chiedergli dell'uomo di Zocca, quello che aveva appena dato le sue dimissioni. Perché. Cosa ne pensi. Quando lo farai tu. Liga si ravvia il ciuffo. E con quella parlata un po' così, rilascia questa intervista. Era il 16 luglio, le 16 e 29. Forma smagliante, capello insolitamente più biondo (a 51 anni...) e t-shirt d’ordinanza. Mancano poche ore al concerto-evento dell’anno. E fa veramente un gran caldo.

Luciano, c’è un cartello tra i fan che recita: ‘Vasco panchinaro, Liga mediano’. Che dire?

«E’ forse una domanda sul calcio?». Sorride. «No, dai. Gli striscioni dei ragazzi non sono offensivi. Poi siamo tutti attaccanti».

Lui però ha appena annunciato il suo ritiro…

«Sono convinto che ci ripenserà. Non mi sono fatto altre domande».

E Ligabue quando si fermerà?

«Credo verso il Campovolo 15.6… Si vedrà anche il pannolone, sarò poco sex symbol per allora... Vabbè. Diciamo che sono cose delicate. Io ho bisogno di andare sul palco e fin quando non me lo tolgono vado avanti. Poi nella tua vita personale non sai mai quello che può capitare…»

La ‘questione Vasco’, però, non è esaurita. «Sono 14-15 anni che sento tirare fuori questa storia. Io e lui siamo due persone diverse, abbiamo caratteri diversi, pubblici diversi, intenzioni, carriere, età diverse. In un mondo normale non ci dovrebbero essere certi paragoni. Poi perché bisogna continuare a metterci in gara? Siete voi ad alimentare questa polemica. Chi può vincere e come? Lui sarà sempre il numero uno per tanta gente, come io lo sarò per altra. Mettetevi sereni, con il cuore in pace».

Però lui… su Facebook ha scritto: ‘Caro Luciano, nemmeno dopo 16 album sarai al mio livello’.

«Lo so. E sappiamo che è stato proprio lui a scriverlo. Mi dispiace, non me l’aspettavo. Speravo che anche per lui non fosse così. Che non sentisse questa competizione. Io, però, l’unica gara che faccio al mondo è con me stesso».

Ma dopo Campovolo 2.0 arriverà una vacanza?

«Ve lo augurate, forse. A parte gli scherzi... Sicuramente mi fermerò, ma mi conosco. So che tra due o tre mesi mi si ingrosseranno le parti riproduttive… Dopo un po’ mi annoio… Non sono stanco, ma è giusto non pretendere troppo dalla gente».

Sensazioni?

«Tutto quello che succede mi mette di fronte a una doppia situazione emotiva: da una parte mi sento gratificato; dall’altra mi spiegate come faccio a essere in pari con una cinquantina di giovani che sono stati dieci giorni in un angolo, nell’afa e tra le zanzare di Reggio, in attesa di vedermi cantare? Come potrò mai essere all’altezza di quel tipo di amore?» Una pausa, il pensiero si sposta. «Ma forse a loro basta semplicemente quello che sono. E io devo fare sempre il meglio, alzare l’asticella, non posso farne a meno».

Ha dormito ieri notte Luciano Ligabue?

«Ieri avevo in testa tante cose che poi non ho fatto, mi sono anche rotto… Volevo andare a vedere i Jethro Tull che suonavano a Boretto, ma non potevo immergermi nella tana dell’umidità e delle zanzare. Oggi sarei morto, ho rinunciato. Sono stato a casa tutto il giorno e, sì, ho dormito».

Che cosa è cambiato?

«L’altro Campovolo fu un tipo di esperienza, questa è diversa. Vogliamo che sia una festa, allegra. Ma anche la chiusura di un periodo, come sempre».

Parliamo della scaletta?

«Una sofferenza. Ma ci sono canzoni imprescindibili. ‘Urlando contro il cielo’ la devi fare, come anche ‘Piccola stella senza cielo’. Però qui ho inserito tanti pezzi che da tempo non facevo».

Durante il concerto stavolta ci sarà una guardia giurata a casa, vero?

«No… ». La smorfia diventa amara. «Ci sarà l’allarme. Sei anni fa non c’era nemmeno quello…».

Benedetta Salsi

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