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L'assedio è finito: l'Inter è in finale. E con pieno merito

Pubblicato da Michele Sabattini Mer, 28/04/2010 - 23:04

Finisce così, con Mourinho che corre sull'erba di Barcellona con occhi spiritati e indice puntato al cielo. Urla, e da solo zittisce gli 87 mila del Nou Camp. Niente da dire, stavolta ha ragione lui.

La partita comincia prima del fischio di inizio: i tifosi blaugrana scortano il pullman della squadra fin dentro allo stadio. Una processione di auto, motorini, bandiere e clacson. Mas que un club, più che una città, oltre una nazione. Il Barça questa sera è il simbolo della Catalogna, il calcio è solo un contorno: giocare la finale a Madrid, nel cuore della Castiglia, vale secoli di storia.

E si parte. Subito si capisce quale sarà il copione del match: Barça avanti tutta, Inter a contenere per ripartire in contropiede, ma solo se strettamente necessario. Sembra l'Italia di Vicini, quella del '90. Samuel pare Ferri, Lucio Bergomi. Una gabbia in cui la palla può entrare, ma non uscire se non dal lato più lontano da Julio Cesar.

Nei primi 25 minuti solo un lampo di Pedro(tiro a lato di poco), poi il fattaccio. Rosso diretto a Thiago Motta (nervoso sin dalle prime battute e già ammonito) per una gomitata/manata a Busquets, questo avrà immaginato l'arbitro. Braccio allargato per cercare l'appoggio sull'avversario, questo dice chiaramente il replay.

Di tensione ce n'era già prima, ora si rischia lo psicodramma. Vergognosa la sceneggiata del giocatore spagnolo: ancora accasciato per il buffetto ricevuto, faccia tra le mani scruta, allargando le dita così da creare un pertugio, la reazione dell'arbitro. Come i bambini quando litigano aspettano che l'amichetto sia punito, così Busquets attende il verdetto del giudice di gara.

Si ricomincia così, con Mourinho ad applaudire ironicamente il pubblico spagnolo e i dieci nerazzurri rimasti a guardarsi in faccia: da qui in poi sarà assedio, le barricate devono reggere. Un brivido al 32esimo, con Messi che trova l'angolino con un sinistro a girare.

Ma Julio Cesar è in odore di santità e tocca quanto basta per mettere in angolo. Si va al riposo: brutta partita, Barcellona mediocre e Inter in affanno.

Nella ripresa gli equilibri non cambiano, il clichet è sempre lo stesso: padroni di casa alla baionetta, ospiti in trincea. Succede poco, lo spettacolo è lontano anni luce dal Nou Camp. Poi, dopo un colpo di testa di Bojan che dà l'illusione del goal, ecco la rete di Piquet a riaprire la qualificazione. Ma cambia il giusto, inferno era e inferno rimane.

Qualche brivido, un goal annullato a Bojan, e intanto le lancette girano: Madrid si avvicina. Ancora quattro minuti di recupero, coronarie a rischio per l'una e per l'altra parte. Calcio d'angolo, 20 secondi alla fine e alla finale. La difesa respinge, palla lontana, tre fischi e tutti a casa. Apoteosi o dramma: questo è il bello del calcio. E stasera di bello c'è stato davvero solo questo.

Un nome? No, due. Javier Zanetti, migliore in campo all'andata e al ritorno. E poi Josè Mourinho, che non ha indovinato, ma capito tutto. E Messi? Resta il più grande, ma stasera ha deluso. Qualche tuffo a cercare fortuna, nulla più. Stavolta il calabrone non ha messo le ali.

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