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La rabbia e l'orgoglio

Pubblicato da Doriano Rabotti Lun, 05/12/2011 - 10:31

SE A PALLAVOLO si vincesse sapendo scrivere bene, su una cosa non avrei il minimo dubbio: l'Italia di Berruto sarebbe una corazzata inaffondabile. Leggendo l'ultimo post che il coach azzurro ha pubblicato sul suo blog prima di ripartire dal Giappone, ho avuto l'ennesima riprova delle abilità letterarie e comunicative dell'allenatore della nostra nazionale. Non che ce ne fosse bisogno, visto che i due libri già pubblicati da Berruto sono uno più bello dell'altro. Ma scrivere sotto lo scacco delle emozioni è diverso, chi fa il mio mestiere lo sa bene perché ci deve fare i conti quasi tutti i giorni (o meglio, spera di doverci fare i conti...).

PREAMBOLO fin troppo lungo per dirvi che se il messaggio d'addio al Giappone del ct è molto bello (potete leggerlo qui http://www.mauroberruto.com/2011/12/questa-sera/) e lirico, non sposta però il cuore della notizia e del problema. La notizia ormai la saprete, immagino: l'Italia ha fallito la prima chance di qualificazione olimpica per un niente, due soli set di scarto. A parte la Russia, che ci aveva anche smazzolati peggio di tutti quelli che ci hanno preceduto, l'Italvolley è arrivata quarta con le stesse vittorie della Polonia seconda e del Brasile terzo, con gli stessi punti dei sudamericani che ha anche battuto nello scontro diretto. Sparecchiamo subito la tavola da almeno una delle proteste che noi italiani insceniamo sempre quando abbiamo perso, essendo vittime della sindrome di John Belushi (quella del monologo finale nei Blues Brothers 'Le cavallette! Non è stata colpa mia'): anche con il punteggio all'antica, due punti alla vittoria e uno alla sconfitta come si è fatto fino a un paio d'anni fa a livello internazionale, la classifica non sarebbe cambiata (lo avrebbe fatto solo passando al quoziente punti invece del quoziente set). Altri obiettano: deve far fede lo scontro diretto, e noi il Brasile lo abbiamo battuto, ma onestamente quando le regole sono fissate in anticipo, o dici prima che non ti vanno bene, oppure ti tieni il risultato finale.

E INFATTI il messaggio di Berruto a mio avviso è bello proprio perché combatte certi alibi e luoghi comuni, come sta facendo costantemente l'Italia (non solo l'allenatore, anche i suoi ragazzi) fin dal primo minuto. La squadra sa benissimo che può prendersela solo con se stessa, perché ha avuto il proprio destino tra le mani e se l'è lasciato scivolare via. Avanti 2-0 con la Polonia, un solo set vinto in più avrebbe cambiato tutto. L'Italia si è fatta rimontare, e a quel punto anche il parziale lasciato ieri all'Iran di Velasco non ha più fatto differenza. Per fortuna, aggiungo.

TOLTE LE EMOZIONI dal piatto, comunque, il dato concreto che resta dopo il Giappone è uno, secondo me: una squadra che fallisce le occasioni è una squadra che ancora non è vincente, però anche cambiando l'ordine e il nome di chi precede, in fondo questo quarto posto al mondo replica quello di un anno fa ai mondiali. Solo che quello fu favorito da una formula benevola e ottenuto da una squadra esperta, questo non dà scuse nemmeno alle avversarie, e lo ha ottenuto un gruppo relativamente giovane (almeno per i nostri standard). Un gruppo che ha un futuro e al quale magari può anche far bene la scottatura, l'obbligo di avere ancora fame per raggiungere un risultato che continua a scappare dalle mani come la coda di una lepre dispettosa. Lo dimostra il fatto che quando ci sentiamo arrivati, di solito perdiamo.

Ovviamente, tutti questi ragionamenti hanno un senso se nel prossimo maggio in Bulgaria o alla peggio in giugno a Roma l'Italia conquisterà un posto ai Giochi. E a quel punto, ne riparliamo.

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