Berruto, argento vivo 1
FORSE ha ragione l’ex ct azzurro Andrea Anastasi, ieri ottimo terzo con la Polonia: «Noi torniamo a Varsavia. In Polonia le medaglie si celebrano al meglio... Mica come da noi in Italia che anche un argento viene snobbato...». Forse invece ha torto, perché è vero che una delle cause della scarsa cultura sportiva degli italiani è l’incapacità di accettare le sconfitte, ma di sconfitte comunque si tratta.
GUARDANDO la medaglia d’argento che l’Italia maschile del volley si rimette al collo, sei anni dopo l’ultima volta in cui era salita sul podio, è ovvio che almeno per un giorno il sentimento più forte sia quello del rimpianto. Il ct Mauro Berruto ha gettato le fondamenta di una ricostruzione tecnica ma soprattutto morale parlando molto con i suoi ragazzi di ideali e di impegno, usando allo scopo esempi altissimi e lievissimi, come Messner e Patch Adams. Eppure siamo sicuri che anche un oratore come lui stia faticando a trovare le parole da dirsi allo specchio, per mandare giù il boccone di una delusione resa enorme proprio dai meriti della squadra, dal fatto di essere arrivati così vicini ad un oro che la nuova Italia avrebbe anche meritato. I due set che dopo l’1-1 iniziale hanno dato alla Serbia il primo Europeo tutto suo (nel 2001 a Ostrava si chiamava Jugoslavia, e anche allora ci sconfisse in finale) sono un esempio emblematico: l’Italia li ha persi entrambi per due soli punti, due ace del comprimario Terzic. Il terzo troppo ingiusto per essere digeribile, con la palla che tocca il nastro e cade a un centimetro dalla rete, imprendibile anche per Mandrake. Il quarto battezzato male in modo impietoso da Simone Parodi, che ha fatto i miracoli per recuperare in tre mesi da un infortunio che normalmente ne richiede sei, e sul più bello ha pagato l’inevitabile mancanza di abitudine al gioco.
TUTTO GIUSTO, tutto tremendamente vero e in fin dei conti sportivo. La Serbia ha confermato di essere una squadra che si esalta oltre i propri limiti, l’Italia ha reagito alla difficoltà, spronata dal suo ct in time-out alla Al Pacino in ‘Ogni maledetta domenica’. Battuti ma non domi, gli azzurri hanno il diritto di non sentirsi secondi, ma anche il dovere di imparare proprio dagli avversari di ieri che oltre alla grinta ci vuole un po’ di glaciale concretezza, in certi momenti. Ci sono ancora gradini da salire, ma l’Italia non è più solo all’inizio di un cammino. Dopo tutto, neanche Roma fu costruita in un giorno.
Commenta questo intervento
ATTENZIONE: la pubblicazione dei commenti è riservata ai soli utenti registrati. Per effettuare la registrazione è necessario cliccare sul pulsante "Da▼" che si trova in cima al modulo sottostante, e poi selezionare una delle opzioni di autenticazione.
I commenti inseriti saranno pubblicati direttamente su questa pagina. La redazione si riserva di cancellare tutti i messaggi ritenuti offensivi o diffamatori.
