In questi tempi opachi l’unica cosa che mi mette di buonumore è questo inverno vero e cattivo (e il mio cane che ci salta dentro). Gli altri anni se avevo nostalgia di strade bagnate dovevo riguardarmi un noir francese o cercare la neve nei risvegli di Marcovaldo. Sorrido ai profeti di sventura che predicevano per l’Italia bollenti scenari da Natale a Miami.
Luca Montaldo, e-mail
Fra tante cattive notizie mi tocca leggere anche questa: i film romantici, tipo Via col Vento e Pretty Woman, fanno male al rapporto di coppia. Perché non siamo all’altezza, la vita non è una commedia rosa e credere nel grande amore portato dal destino espone a colossali delusioni. Che sciocchezza. Se ci tolgono anche l’happy end al cinema, cosa resta?
Monica Fabiani per e-mail
Troppo comodo chiedermi cosa voglio per Natale. Se volete farmi un regalo fate uno sforzo. E’ il minimo ricordarsi che adoro Bach, non sopporto i guanti e le cravatte le scelgo da me. Oppure basta il pensiero. Esempio di dono che mi assomiglia: intercettare il mio sguardo lascivo sulla fuoriserie metallizzata e regalarmi il profumo della stessa casa automobilistica (fantastica allusione). Mi accontento anche di evitare il pranzo da mia suocera per chiudermi in un cinema, ma in questo caso il regalo lo tolgo a mia moglie.
E’ passato un secolo da quando venne lanciata la prima proposta di abolire le province. L’ipotesi era stata anche uno dei cavalli di battaglia dell’ultima campagna elettorale. Adesso, a destra e a sinistra, dicono che devono pensarci ancora su. E’ un altro paradosso italiano. Le province costano, non servono a niente e probabilmente aumenteranno. Perché continuiamo a farci del male?
Sarà durato certamente meno di 15 minuti, il tempo che Andy Warhol concedeva a chiunque per godersi un po’ di celebrità. Ma dopo, tutto è cambiato. Nessun sigaro è stato più guardato con innocenza (e tanto meno una stagista). L’ufficio più prestigioso del mondo è diventato la “stanza orale”.
Siamo in recessione? Benissimo. Non sono il solo ad apprezzare i lati positivi di una crisi economica globale come quella che stiamo vivendo. I tempi di magra sono un setaccio per le cose inutili. Insegnano l’umiltà. Stimolano la fantasia. La parola crisi in cinese vuol dire anche opportunità. Io la vedo come un’occasione di cambiamento. Peccato che il cambiamento sia la cosa di cui gli uomini hanno più paura.
Gian Luca Gambaro
Stamattina quando mia figlia è uscita per andare a scuola ho pensato alla mamma di Vito Scafidi, che sabato ha salutato suo figlio e non lo ha più visto tornare. Una mamma sa che cos’è l’angoscia dal giorno del parto. I rigurgiti, le malattie, le cattive compagnie, i motorini. Una mamma sa essere paranoica e rendersi quasi insopportabile a forza di temere il peggio. Ma a nessuna, mi creda, nemmeno a me, è mai venuto in mente che ai ragazzi possa cadere in testa il soffitto della scuola. L’unica misera consolazione è che questa tragedia serva a evitarne altre.
C’è chi è talmente prudente da non pagarti nemmeno il caffè: dice che con i soldi in tasca non si sente sicuro. Qualcuno ha rinunciato a prendere il bus dopo aver rinunciato a capire come hanno fatto a sfilargli il portafoglio per tre volte. Vigorosi maratoneti impiegano giorni a organizzare una sgambata perché a correre in meno di quattro viene l’ansia da agguato. Il senso del pericolo sta cambiando le nostre abitudini.
Leggo su questo giornale che a Torino per aiutare le famiglie in difficoltà offrono menù completi a 6 euro. Sei euro sono le vecchie 12 mila lire e mi sembrano una cifra persino eccessiva per sfamare in casa una famiglia di 4 persone. Io non sono una maga ma scommetto che con 5 ci riesco. Una pasta al pomodoro, un’insalatina, formaggio e frutta. Lo so che il tartufo costa 450 all’etto, ma ne faccio a meno. Se si accontenta questa mia vale come invito a cena per verificare.