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Storia di Bebe, una vita senza mani nè gambe

Pubblicato da Barbara Pedrotti Ven, 24/06/2011 - 10:07

E' mercoledì, un mercoledì come tanti, uno di quelli che trascorri tra un'email e una telefonata, la risoluzione di un problema e la gioia per qualche nuova prospettiva. Uno di quelli però che, per l'intensità, potrebbe essere paragonato alla celeberrima pellicola di John Milius, "Un mercoledì da leoni" (o per gli amanti dei film in lingua originale "Big wednesday"), però senza le onde della California, senza surf, e, grazie a Dio, senza la guerra. Ma io ancora non lo so.

La giornata trascorre come da copione, in un saliscendi di emozioni, ma aquesto sono abituata: è la mia vita e, alla fine, mi va bene così.Alle 22 e qualche minuto, spengo il pc, ma ahimè non il cervello, che anzi,nonostante la lucetta della "riserva di energia" dia chiari segnali, va ancoraai 200 all'ora, sprecando le ultime energie, tra l'altro, in pensieri grigi cheassomigliano a lamentele.

Sarà la stanchezza ma a volte, lo ammetto, mi capita di vedere il bicchiere più vuoto che pieno. Immersa nei miei pensieri, con la svogliatezza di chi sa che con grande probabilità a breve assisterà all'ennesima fiera della leggerezza o, all'estremo contrario, ovvero ai battibecchi più o meno artificiosi, accendo la tv.

Dopo un po' di zapping, mi fermo su Italia1. Il titolo della trasmissione è stuzzicante: "Invincibili". La telecamera indugia sul viso dolce e vivace di una ragazzina, sorride e scherza con il conduttore, ma sul viso c'è spazio anche per qualche segno. Un'eredità, scopriremo poi, della malattia.

Gioia e malattia appunto e io rimango incollata allo schermo per conoscere più a fondo un binomio così nuovo per me.Tutti i miei pensieri, le mie preoccupazioni, divenuti ad un trattoinsignificanti, svaniscono come neve al sole. Alzo il volume e la ascolto.

L'ascolto con la stessa attenzione e ammirazione che credo caraterizzi ilrapporto tra un maestro spirituale e il suo discepolo, con la sola differenzache mi trovo davanti ad una ragazza di 13 anni. Mi lascio trasportare dalleemozioni e mi perdo nei suoi occhi, nel suo sguardo che, anzichè lasciartrasparire tristezza e magari, perchè no,  punte d'odio, trasuda amore efelicità.

Comincio a capire qualcosa in più della sua malattia, si parla dimeningite e della conseguente amputazione degli arti superiori ed inferiori.

I numeri fanno paura: 104 giorni in ospedale, 42 sedute in camera iperbarica, 7 giorni di coma ed il 96% di probabilità di non farcela, di morire. Ma non è di questo o dell'aspetto medico che voglio parlare bensì della Luce, la Luce che emana Bebe, della sua voglia di Vivere (sì, con la "V" maiuscola) che sprizza da tutti i pori, del suo racconto della vita da adolescente (tra bagni in mare e la scelta del colore dello smalto per le protesi), delle sue sfide di ogni giorno.

Sfide per vivere come i suoi coetanei e forse, anzi, di certo, ancheper qualcosa in più, per continuare ad allenarsi a scherma, per vedere ungiorno realizzato il sogno di "tirare in piedi", per partecipare alle Olimpiadi.Bebe non si lascia abbattere, ha fatto tesoro del dolore per diventare più forte, per imparare a rispettare il tempo che ci è concesso, anche delle esperienze più tristi, come racconta al microfono di Marco Berry, ricorda solo le cose belle e, quando un po' di amarezza sale, ripensa alle parole di papà Ruggero che le ricorda: "La Vita è una figata".

Tutto questo è Beatrice "Bebe" Vio. Guardo lei, i suoi genitori. Ne ammiro ladolcezza e la forza, l'unione che ha saputo sconfiggere la paura, il dolore, lamorte.Il servizio è finito, mi preparo a chiudere i miei di occhi, certa che, peruna volta, la scatola magica sia stata un ottimo strumento di riflessione edi crescita.Prima di dormire, l'ultimo pensiero va ancora una volta a lei. A lei chesorride e che forse nemmeno sa come, con quel sorriso, stia donando a tutti noiuna grande lezione di Vita.Grazie Bebe.

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