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Tettamanzi dona a Milano la sua biblioteca

Pubblicato da Giovanni Panettiere Gio, 08/09/2011 - 23:13

Come ultimo regalo per la sua Milano ha pensato ad un libro. Anzi, a novemila volumi, per lo più di esegesi biblica, spiritualità, teologia e filosofia. Prima di lasciare il pastorale che fu di San Carlo Borromeo, il cardinale Dionigi Tettamanzi si è spogliato della sua biblioteca personale e l'ha donata alla città. A quei milanesi che si spera abbiano ancora tempo e voglia di abbeverarsi alla fonte del sapere cristiano. Magari stringendo tra le mani un libro sfogliato, meditato dal successore di Sant'Ambrogio. 

Sarebbe scontato commentare il gesto come un atto d'amore nei confronti della città.  Meglio contestualizzarlo nei nove anni di magistero all'ombra della Madunnina. Solo così apparirà per quello che è: il giusto epilogo di un episcopato votato all'altruità. Capace, da un lato, di insegnare ed incarnare l'apertura nei confronti del prossimo, abbattendo differenze religiose, etniche o sociali, dall'altro, di trasmettere il gusto della politica come impegno a difesa dei diritti. Quelli degli ultimi, soprattutto. 

<Io leggo il Vangelo, imparo cosa dire e come mi devo comportare e perciò parlo e faccio», ha sempre ricordato Tettamanzi. Tradotto: non bastano le parole per dirsi cristiano, c'è bisogno di gesti concreti.

Prima dei libri furono i milioni. Quelli del fondo di solidarietà, messo a disposizione delle famiglie strangolate dalla crisi. L'annuncio della sua costituzione venne dato ai fedeli dalla viva voce del cardinale. Era la notte del Natale 2008 e il duomo era carico di attese. Per dare sostanza all'iniziativa la Chiesa ambrosiana stanziò una cifra di partenza. Esattamente un milione di euro. Soldi attinti dall'otto per mille, da offerte di fedeli facoltosi, da scelte di sobrietà del clero. Soprattutto del cardinale che ci mise la faccia. E non solo.

Con quell'intuizione Tettamanzi precorse i tempi. Il suo fondo inaugurò esperienze simili in altre diocesi italiane.  Bologna,  Savona, tutte a ruote di Milano. Addirittura la Chiesa meneghina battè sul tempo la Cei. coronando una straordinaria raccolta di solidarietà. Ma l'arcivescovo non si fermò. Nel Natale dello scorso anno andò oltre sulla strada della sequela di Cristo.

A differenza di altri pastori, non si limitò a ricevere i rom in duomo, in Curia o in qualche parrocchia, No, andò lui in prima persona, con le scarpe nel fango per la pioggia incessante, in via Triboniano a festeggiare la nascita di Gesù. Al suo fianco nella foto di rito, sotto l'ombrello della Provvidenza, il sorriso di bimbi usciti da un presepe vivente.  Fu la prima volta di un cardinale italiano in un campo rom.

Zingari, fondo di solidarietà, biblioteca. Eppure era tutto già scritto. <È meglio essere cristiano senza dirlo che proclamarlo senza esserlo». Verona 2006, IV Convegno ecclesiale. Con questa frase Tettamanzi 'scandalizzò' la folla, mettendo a tacere teocon, atei devoti, specialisti nel bacio dell'anello e sostenitori di un cattolicesimo identitario. L'essenziale  - dissè - è «la co-e-ren-za. Quelli che fanno professione di appartenere a Cristo si riconosceranno dalle loro opere: ora non si tratta di fare una professione di fede a parole, ma di perseverare nella pratica della fede fino alla fine».

Chissà quante volte il cardinale avrà ripensato a quel discorso, vera cartina di tornasole per cogliere il senso della sua azione pastorale. Se Martini rappresenta la voce critica nella Chiesa, Tettamanzi esprime il richiamo costante alla testimonianza nella fede. Lui, ottimo docente della coerenza e primo discepolo di sè stesso.

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