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Sposati e preti, condom e Aids: la parola al vescovo Lafranconi

Pubblicato da Giovanni Panettiere Lun, 19/09/2011 - 23:48

 

 Monsignor Dante Lafranconi, vescovo di Cremona

 

Pubblichiamo l'intervista integrale a monsignor Dante Lafranconi, vescovo di Cremona e già presidente della commissione famiglia della Cei, apparsa in versione ridotta sul Quotidiano Nazionale (Giorno, Resto del Carlino, Nazione) il 14 settembre 2011.

<NON C'E' nessuno ostacolo dogmatico all’ordinazione di un uomo di provata fede che abbia una moglie e dei figli. È un'ipotesi che si può discutere come una delle soluzioni possibili per arginare la crisi delle vocazioni in Europa». L’apertura su uno dei temi più spinosi nella Chiesa arriva da Cremona. Da uno dei vescovi principali del Paese, monsignor Dante Lafranconi, 71 anni, già presidente della commissione episcopale per la famiglia e la vita della Cei. Solo in Italia, dal 1998 al 2008, secondo il Centro vocazionale della Conferenza episcopale, i seminaristi, diocesani o religiosi, sono diminuiti del 10,6%. La Chiesa è preoccupata, prega per avere 'nuovi operai nella vigna del Signore', ma, almeno per il momento, mantiene l’obbligo del celibato, radicato nei primi secoli e confermato sia dal Concilio di Trento (1545-1563) che dal Vaticano II. Tuttavia, in tempi recenti non è mancato anche in Italia l’interesse sul sacerdozio uxorato. <Il problema - puntualizza il vescovo di Cremona – non va posto nel senso di lasciare alla libera scelta dei candidati al sacerdozio se optare per la condizione matrimoniale o per quella celibataria. La questione semmai è quella di valutare se eventualmente sia opportuno ammettere al ministero sacerdotale anche degli uomini sposati>. I cosiddetti viri probati.

Monsignor Lafranconi ci riceve nella pace del palazzo vescovile, a due passi dall’incantevole piazza Stradivari, in trambusto per il tradizionale mercato settimanale. <Mi chiami pure don Dante>, scioglie subito la tensione, una volta seduti alla scrivania del suo ufficio. Al clergyman preferisce la talare nera, amata dal clero più legato alla Tradi-zione. Ma l’abito non sempre veste l’indole di un prete. Figurarsi di un vescovo. La stampa lo dipinge come un liberal. Sarà per il suo appoggio nel 2006 al cardinale Martini sull’uso del preservativo nelle coppie con un coniuge sieropositivo, oppure per la decisione, nella Pasqua dello stesso anno, di concedere in via straordinaria a tutti i sacerdoti la facoltà di assolvere chi confessava di aver commesso un aborto. Lui alle etichette non ci fa caso. Conosce il manicheismo dei giornali e ha imparato a conviverci. Dosa con atten¬zione le parole, non sfugge gli argomenti più scottanti, traccia spiragli, ma chiude i battenti sui punti fermi della dottrina. Non tutto nella Chiesa merita di essere messo in discussione.

Viri probati, diaconato femminile, Eucarestia ai divorziati risposati. Monsignor Lafranconi, sono questioni aperte nella Chiesa?

<Sì, nel senso che sono problemi di cui si parla. Si tratta, comunque, di tre questioni diverse che vanno esaminate l’una dopo l’altra e discusse separatamente per non fare confusione>.

Partiamo dai viri probati.

<La Chiesa latina in passato ha già conosciuto l’esperienza di un clero uxorato, contem-plato tutt’oggi dai cattolici di rito orientale. Personalmente ritengo che si possa valutare la possibilità di ordinare uomini sposati di provata fede che godono di buona reputazione nel popolo di Dio. Non c’è nessuno ostacolo dogmatico alla loro consacrazione. Io, però, non sono favorevole come scelta per sopperire all’attuale diminuzione del clero. Tante altre volte nella storia la Chiesa ha sperimentato la grave carenza di vocazioni sacerdotali, ma non ha mai per questo rinunciato alla norma del celibato>.

Diaconato femminile?

<Il sacerdozio delle donne non è una strada percorribile, come ha precisato Giovanni Pa-olo II nella lettera apostolica Ordinatio sacerdotalis (1994). E lo stesso discorso vale per il diaconato, inteso come grado dell’ordine sacro. Diversa è l’ipotesi di un rito di investitura, una benedizione, che riconosca ufficialmente alla donna un ministero laicale>.

Eppure la Lettera ai Romani di Paolo accenna alla diaconessa Febe della Chiesa di Cencrea.

<La questione dibattuta è quella di capire se le diaconesse come Febe, presenti nella Chiesa delle origini, fossero partecipi dell’ordine sacro oppure svolgessero un ministero di servizio riconosciuto dalla comunità, ma non inquadrato nel sacramento dell’ordine>.

Quale è la sua opinione sull’Eucarestia ai divorziati risposati?

<In questo caso bisogna valutare bene la situazione delle singole persone. C’è chi sceglie il divorzio, chi lo subisce, chi non si risposa e chi convola a un nuovo matrimonio. La normativa della Chiesa è che non può ricevere la Comunione chi decide di risposarsi>.

Non tutti i vescovi, pensiamo al cardinale Karl Lehmann, sono dello stesso avviso.

<Se non vado errato, Lehmann ipotizzava la possibilità di accedere alla Comunione in un caso particolare: quando, cioè, i divorziati risposati fossero convinti in coscienza che il matrimonio celebrato fosse nullo, ma non si riuscisse a provare la nullità nel tribunale ecclesiastico. In tutti gli altri casi non metteva in dubbio la disciplina ecclesiastica>.

Dove sta la ratio della normativa attuale?

<Il matrimonio è il segno sacramentale di un’alleanza indissolubile fra gli sposi, così come l’Eucarestia rappresenta il sacramento dell’alleanza eterna fra Dio e l’umanità. Dal momento che con il divorzio gli sposi rinunciano ad essere segno sacramentale dell’alleanza con Cristo, non si vede come possano ritrovarsi ad esprimere questa stessa alleanza col segno sacramentale dell’Eucaristia>.

Se è vero che la Chiesa ha bisogno di confrontarsi sulle riforme, di certo il popolo di Dio non può venir meno alla sua missione educativa. Per il triennio 2009-2012 la diocesi di Cremona ha deciso di concentrarsi proprio sull’educazione. Come mai questa scelta?

<L’educazione è un’esigenza vivamente sentita nella società. In questa prospettiva mi è sembrato che la Chiesa dovesse recuperare la coscienza del suo ruolo di soggetto educa¬tivo. Inoltre, come diocesi, abbiamo appena concluso il decennio delle linee pastorali sull’iniziazione cristiana, una materia che si contagia con la proposta educativa: si tratta di accompagnare la crescita nella vita di fede di chi è diventato cristiano attraverso i sacramenti dell’iniziazione. In armonia poi con gli Orientamenti pastorali della CEI, l’attenzione al tema educativo continuerà per tutto il decennio 2011-2020>.

Quale è la linea di confine tra educare e inculcare?

<Educare significa conoscere e amare la persona destinataria dell’azione educativa, cogliendone le potenzialità e i limiti. L’obiettivo è quello di aiutarla a prendere in mano la propria vita, fornendole criteri di discernimento per compiere scelte responsabili. Inculcare è imporre dall’esterno comandi e comportamenti senza farne recepire il valore e le motivazioni. In altre parole, senza preoccuparsi di formare la coscienza>.

Quando la coscienza può dirsi davvero formata?

<Nel momento in cui la persona sa dare a sé stessa e agli altri la motivazione delle proprie scelte, alle quali giunge anche attraverso il confronto con altre persone. Ma non si deve dimenticare che la formazione della coscienza è continua>.

La Cei negli orientamenti pastorali 2010-2020 denuncia una vera e propria emer-genza educativa.

<Assistiamo a un'evidente distanza degli stili di vita e dei modi di pensare tra la generazione degli adulti e i giovani. Questa differenza – potremmo dire questa lontananza – da una parte, ha reso l’adulto spesso rinunciatario, perché privo del coraggio e dell’autorevolezza necessaria per proporre le proprie convinzioni ai giovani, dall’altra, ha determinato in questi una mancanza di punti di riferimento>.

L'opinione comune vuole i ragazzi disinteressati, privi di risorse e schiavi del nichilismo. È d’accordo?

<Non del tutto. Ognuno di noi ha dei talenti. Più che altro i giovani appaiono succubi di un’atmosfera alla quale si adattano, senza essere in fondo soddisfatti. Possiamo chiamare questo clima relativismo o nichilismo: entrambi i termini esprimono qualcosa di vero della situazione culturale di oggi. È un’atmosfera che avvolge i ragazzi e li condiziona, ma non è il loro cuore e soprattutto non esprime i loro desideri più profondi>.

I riflettori sono puntati sui giovani. E il mondo degli adulti? I grandi sono in grado di offrire un buon esempio sul piano educativo?

<Nella società ci sono persone che danno un’alta testimonianza di serietà e dedizione nei confronti del prossimo, nella ricerca della giustizia e del bene. Non sono pochi. Purtroppo ci sono altre persone che parlano e operano in senso contrario. Il male sta nel fatto che i mezzi di comunicazione finiscono sempre per enfatizzare i cattivi esempi>.

Che, alle volte, tra le loro fila annoverano anche uomini della Gerarchia cattolica.

<La Chiesa non è una comunità di perfetti; lo si è sempre saputo anche prima di oggi. La Chiesa è una comunità di convertiti alla grazia di essere figli di Dio in continuo cammino di conversione per vivere coerentemente questa dignità. Quello che mi pare fondamentale rilevare è che nella comunità ecclesiale il vero cristiano ha il coraggio di ammet-tere i propri errori, perché crede nel perdono di Dio tanto quanto nella validità della propo-sta evangelica a cui non cessa di guardare per orientare i propri comportamenti>.

Per le colpe della Chiesa Giovanni Paolo II ha chiesto perdono durante il Giubileo del 2000.

<Il gesto di papa Wojtyla ha assunto una portata enorme nella storia della Chiesa. Così come va sottolineato il rigore di Benedetto XVI di fronte ai disordini sessuali e alle devia-zioni nella gestione dei beni. La forza della Chiesa sta proprio qui: nella sua capacità di chiedere perdono per i propri errori e nel quotidiano umile impegno di correggersi>.

Esiste un problema di credibilità per i cattolici?

<Spesso sento i fedeli pregare in questo modo: ‘Donaci la grazia, Signore, non solo di es-sere credenti, ma anche di diventare credibili’. Sicuramente l’urgenza principale per i se-guaci di Cristo è quella di riscoprire la verità e la bellezza dell’essere cristiani (essere cre-denti). Non solo, perché vai a messa, fai la Comunione o vuoi che i tuoi figli ricevano la Cresima, ma perché li educhi a vivere come il Signore Gesù ci ha insegnato. La scelta di essere cristiani non si riduce alla celebrazione dei sacramenti, ma è questione di mentalità e di stile di vita conforme al Vangelo. Allora si è anche credibili>.

Su che cosa si fonda l’educazione cristiana?

<Il punto chiave è il riconoscere che Cristo, vero Dio e pienamente uomo, offre elementi e criteri per vivere la nostra esistenza in piena umanità. È in Gesù che scopriamo tre riferimenti basilari per la nostra esistenza>.

Quali?

<Il rimando al Padre che ci introduce nell’orizzonte della vita eterna, liberandoci dalla smania del tutto-subito; il rispetto e l’amore agli altri secondo uno stile di servizio e non di sfruttamento del prossimo; il riferimento alla croce per un incanalamento giusto, corretto, anche sofferto, delle nostre inclinazioni al di là del mero tornaconto personale>.

Che caratteristiche deve avere un buon educatore?

<È importante che abbia la giusta autorevolezza nei confronti del discepolo. È l’autorevolezza a far sì che l’autorità sia esercitata con umiltà e con la consapevolezza che tutti e due, educatore e discepolo, stanno compiendo un cammino insieme per essere entrambi migliori>.

Da chi parte la proposta educativa?

<In primis, dagli educatori naturali (genitori, parenti, amici), poi dalle realtà istituzionali, quali la scuola, la comunità cristiana, le varie istituzioni sociali...>.

Anche la scuola pubblica è un’agenzia educativa?

<È fuori dubbio che debba esserlo e grazie all’impegno di non pochi dirigenti ed insegnanti riesce ancora in molti casi a perseguire questo obiettivo. Nel suo insieme, però, mi sembra che incontri limiti e fatiche per lo più a causa sia dello scontro tra mentalità e filosofie diverse presenti nel corpo docente, che non sempre danno adito ad un confronto ragionato e formativo per i ragazzi, sia di una carente collaborazione tra famiglia e scuola>.

È tutta colpa del Sessantotto, come lamentano i detrattori della pubblica istruzione?

<Non esiste alcun fenomeno della storia umana a cui si possano imputare tutte le colpe. Il Sessantotto ha richiamato l’urgenza di una scuola che non fosse solo apprendimento, ma anche capacità di maturare una coscienza critica negli studenti. Tuttavia molte conse-guenze di quel periodo sono state all’insegna di una contestazione che si traduceva in forme di autonomia esasperata e nel rifiuto di ogni norma. E oggi non pochi insegnanti mi confessano la loro difficoltà nel motivare agli studenti il senso e il valore della scuola e perfino nel mantenere una certa disciplina in classe>.

Educazione sessuale in classe. Che ne pensa?

<È problematica, perché rischia di essere solo informazione. Ciò non significa che non si possa fare di meglio. Conosco scuole a Cremona che si avvalgono di un’equipe di psico-logi, medici, educatori per spiegare anche il significato profondo della sessualità. Questa è sicuramente una strada utile e percorribile>.

Sempre più giovani conoscono la sessualità prima del matrimonio.

<Di fronte a fenomeni di larga diffusione, bisogna evitare di fare di ogni erba un fascio. Diversa valutazione merita il comportamento di chi considera la sessualità in chiave di divertimento o di sport, come scriveva nel secolo scorso Alex Confort, di chi cambia partner ogni settimana, di chi è fidanzato con l’intenzione seria di sposarsi. In ogni caso l’esercizio pieno della sessualità fuori del matrimonio è un disordine grave>.

Perché?

<Il rapporto sessuale esprime, col linguaggio del corpo, il donarsi reciproco degli sposi in un patto di totale affidabilità per tutta la vita e l’apertura alla possibile generazione. Questi elementi non sussistono nel fidanzamento che per sua natura è tempo di discernimento e di preparazione alla scelta matrimoniale>.

Nel 2006 lei condivise pubblicamente l’apertura del cardinale Martini, formulata nel dialogo con il professor Marino pubblicato sul settimanale L’Espresso, in relazione all’uso del profilattico in una coppia con un coniuge sieropositivo. È pentito di aver sostenuto questa posizione?

<Veramente ho condiviso in maniera critica quanto aveva affermato il cardinale Martini, perché volevo evitare che si giustificasse toutcourt il preservativo, tralasciando nella gestione della sessualità ogni impegno educativo dal quale non ci si può mai esimere anche nella fattispecie in questione. Bisogna, però, riconoscere che questo caso ci porta come in una zona grigia, per dirla proprio con le parole di Martini. In altri termini, ci troviamo in una di quelle situazioni in cui bisogna essere cauti nel formulare giudizi e valutare con prudenza le situazioni personali e familiari dei coniugi interessati>.

Lei cosa consiglierebbe a una coppia con un partner affetto da Hiv?

<Suggerirei di non scartare a priori la strada dell’astensione dal rapporto sessuale come segno che si ha a cuore il bene del coniuge sano e per amore di lui si è disposti anche al sacrificio dell’astensione; ma non mi sentirei di condannare gli sposi che, per soddisfare il legittimo desiderio dell’unione intima, decidessero di utilizzare il preservativo>.

 

                                                                                                 Giovanni Panettiere                                                                                                                                 Cremona, 27 luglio 2011

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