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<Popolo di Dio, condivisione, comunione: la Chiesa va aggiornata>. Intervista al vescovo di Asti

Pubblicato da Giovanni Panettiere Sab, 15/10/2011 - 17:48

 

Monsignor Francesco Ravinale, vescovo di Asti

di Giovanni Panettiere, Asti, 17 agosto 2011

ASCOLTARE DIO. Facile a dirsi, difficile a farsi. Anche nella notte afosa di Asti il silenzio è merce rara. Bisogna inoltrarsi nel groviglio di stradine dietro piazza Roma per incontrare la pace. E provare a sentire la voce del Padre. Qualcuno è già in ascolto. Sono una decina, tutti uomini. Papà con i figli piccoli e ragazzi dalla barba fresca invocano Allah in questo inizio di Ramadan. Serrati come sardine nel sottoscala di un condominio. Secoli dopo, le catacombe hanno trovato una nuovo credo. Così lontano, così vicino. Figlio della stessa casa di Abramo dei seguaci di Gesù.

I musulmani pregano, gli occidentali hanno altro a cui pensare. Almeno in linea generale. Il vescovo della città di Alfieri, monsignor Francesco Ravinale, un dottorato in teologia spirituale, non sfugge l'interrogativo sulla latitanza della fede: la questione è culturale. <Il sapere contemporaneo – mette il dito nella piaga - è troppo immanentistico e incentrato sull’apparenza. Non riesce a cogliere il linguaggio di Dio che mira all’essenza>. Gli uomini ci mettono la buona volontà, ma l’ambiente intellettuale non dà una mano. La superficialità e l’esteriorità rendono sordi al messaggio cristiano.

Eppure solo ascoltando il Padre ci si allena al confronto con gli altri. Atei compresi. Anche i pastori hanno bisogno di porgere l'orecchio al sentire dei fedeli e della gente. <Chi sempre e solo pontifica o insegna cammina da solo>, chiarisce Ravinale. Che non si pone il problema di sapere se il suo interlocutore abbia o meno 'timore di Dio'. (<Quel che mi interessa è puntare ai contenuti delle relazioni personali. Le etichette non mi toccano>).

Ma c’è dell’altro. Nella Chiesa l’ascolto reciproco è il viatico necessario per continuare il cammino di aggiornamento avviato con il Concilio Vaticano II. Sul punto il vescovo non ha dubbi: <Popolo di Dio, comunione, condivisione e corresponsabilità sono i valori cardine del rinnovamento conciliare. Vanno rispolverati, perché patiscono una certa sofferenza>.

Monsignor Ravinale, il sito della diocesi sintetizza il suo stile pastorale in cinque parole: ascolto e dialogo per servire. Ascoltare chi?

<Dieci anni fa, in occasione dei noti fatti del G8 a Genova, ho riflettuto sulla necessità di mettersi in ascolto degli altri. Quelle furono giornate contrassegnate da una politica e da una polemica gridata che mi impressionarono molto. In quel momento ho avvertito l’importanza di fare silenzio per sentire le esigenze dei fratelli e cogliere la voce del buon Dio, guida della Chiesa>.

Come comunica il Signore?

<Parla chiarissimamente attraverso la sua legge, la creazione, le realtà creaturali. Anche gli avvenimenti storici sono voce del Padre>.

Dio ci parla, ma noi sappiamo ascoltarlo?

<Gli uomini del nostro tempo hanno buona volontà, senza dubbio. Tuttavia, la cultura contemporanea manca dei mezzi necessari per prestare attenzione al Signore>.

Quali sono le carenze?

<La nostra è una cultura immanentistica, incentrata sul primato dell’apparenza. Le realtà finiscono in sé stesse, mentre il linguaggio di Dio ha un'altra natura: è trascendente ed essenziale>.

Siamo dei novelli San Tommaso?

<Magari, l'apostolo ha detto che non voleva credere, ma alla fine non si è fermato ai segni dei chiodi nelle mani di Gesù. È andato oltre. Noi, invece, viviamo una stagione di grande povertà culturale nella quale non si riesce a scavare in profondità. Vale solo quello che tocchiamo, vediamo o pesiamo>.

La sua è sfiducia nella cultura contemporanea?

<Affatto, non voglio dare questa impressione. Quando lamento una povertà culturale, voglio solo precisare che un sacco di nozioni non fanno cultura. Questa non sta nel numero di elementi che so: l’intelligenza è data dalla capacità di leggere dentro le nostre conoscenze>.

Se l'ascolto del Signore è fondamentale, quanto è importante per la Chiesa il confronto con chi nega l’esistenza di Dio?

<È essenziale. Il pastore ha il dovere di percorrere la strada con gli altri. Chi sempre e solo pontifica o insegna cammina da solo. Bisogna sapere ascoltare chiunque, anche chi parte da posizioni distanti dalle nostre>.

Quindi promuove l'iniziativa del Cortile dei Gentili, ideata dal cardinale Gianfranco Ravasi?

<Certo, è splendida, perché prova a superare uno dei guai della Chiesa: il giocare al tutto fatto in casa. Come vescovo devo ricordarmi che non ho compiuto il mio lavoro semplicemente celebrando messa per i presenti, statisticamente una minoranza della popolazione. Al momento della consacrazione il celebrante dice: 'Questo è il mio sangue offerto per voi e per tutti in remissione dei peccati’. L’azione della Chiesa è rivolta ad ogni uomo. Anche agli atei>.

Quali sono le ragioni che spingono una persona a non credere?

<Definire chi ha fede e chi non l'ha è tutt'altro che semplice. Gli stessi interessati non sanno mai bene se credono. Non esiste un motivo unico che conduce una persona all'ateismo. Le ragioni sono molteplici e spesso strettamente personali>.

In certi casi può esserci una responsabilità della Chiesa nell’abbandono della fede da parte di un cattolico?

<Don Tonino Bello ha scritto: ‘Se la fede ci fa essere credenti e la speranza ci fa essere credibili, è solo la carità che ci fa essere creduti’. Se un uomo di Chiesa non vive la carità certamente si fa carico di una responsabilità grande. Ad ogni modo non dobbiamo dimenticare che ciascuno è responsabile delle proprie scelte e non è plausibile negare la verità solo perché qualcuno che la accoglie vive in modo non coerente>.

Si può avere fede e non sentirsi parte della Chiesa?

<Di fatto molte persone sostengono di credere in Gesù, ma non nella Chiesa. Eppure, nella realtà delle cose, la Chiesa, è il modo concreto con cui il Signore continua la sua presenza nel mondo, il corpo mistico di cui Gesù è il capo e i suoi fedeli sono le membra. Certamente, se anziché il Corpo di Cristo uno vuole vedere soltanto l’apparato esteriore, riesce a scindere le cose. Ma nella sua realtà profonda la Chiesa è tutt’uno con Gesù>.

Non sempre una persona si accorge di essere credente.

<Ho un carissimo amico regista che si considera ateo. Alcune settimane fa mi ha fatto vedere un suo film sulla Passione di Cristo. Sono rimasto affascinato dall’opera: sembrava realizzata da un cristiano. Gliel'ho detto e lui si è commosso. Sul suo viso scendevano due lacrime. Qualche volta vogliamo bene a Gesù più di quanto crediamo>.

Uno dei film più belli sulla figura di Cristo è Il Vangelo secondo Matteo di un comunista non credente come Pier Paolo Pasolini.

<E chi lo dice che fosse realmente ateo?>.

Per casi simili Karl Rahner avrebbe parlato di ‘credenti anonimi’.

<Era il tentativo di garantire la salvezza a tutti, anche a chi stava fuori dalla Chiesa, in un periodo in cui vigeva il principio dell’extra ecclesiam nulla salus. Non so se la posizione del teologo vada nella direzione che sostengo io: ci sono persone che non vogliono dirsi cristiani, ma in fondo lo sono: dentro nel loro cuore c’è una ricerca ed operano da credenti>.

Secondo il cardinale Martini in ognuno di noi convivono un ateo ed un credente. È d’accordo?

<Mi trovo in sintonia con l'arcivescovo. Talvolta “ateismo” significa semplicemente un atteggiamento di ricerca, interrogativo sulle domande prime della nostra vita. Senza affrontare in modo coraggioso questo itinerario è difficile giungere a un atto di fede consapevole e convinto>.

Quali sono i canali di dialogo tra laici e cattolici?

<È la vita stessa che ci offre le occasioni di confronto. I dialoghi non vanno mai prefabbricati. Per esempio, qui ad Asti c’è un’associazione, assolutamente laica, che si occupa di assistenza ai poveri. Diverse volte ci troviamo insieme per concordare iniziative comuni o analizzare problemi. Personalmente, quando parlo con le persone, mi risparmio la fatica di chiedere se credono o non credono. Quel che m'interessa è puntare sui contenuti delle relazioni personali>.

Passando alla Chiesa cattolica, nel popolo di Dio esiste l'ascolto reciproco?

<Fondamentalmente sì. Nella Conferenza episcopale italiana abbiamo un dibattito sereno sui possibili approcci pastorali. D'altronde, ognuno di noi ha una sua testa ed è opportuno sentire le ragioni dell’altro>.

Lei come si relaziona con i suoi preti?

<Per una questione di temperamento, non sono un vescovo che interviene molto o si impone. Cerco di ascoltare il più possibile i miei confratelli e sacerdoti>.

Il Concilio Vaticano II ha introdotto nella Chiesa il principio della collegialità anche tra clero e laicato. Gli organismi di partecipazione (consigli pastorali, diocesani e parrocchiali) funzionano o stanno segnando il passo?

<Alcuni sì, altri meno. Dipende in buona parte da chi ne guida i lavori. Spesso si ignorano le elementari regole di collaborazione, non necessariamente perché si rifiutano, ma perché non si possiede una metodologia adeguata. Talvolta si cede ad un innato individualismo. Ma quando si crede nella corresponsabilità e si è capaci di impostare il lavoro, gli organismi di partecipazione non mancano di dare buoni risultati>.

Il laicato è molto variegato al suo interno. Si va dalle frange più conservatrici (Opus dei, Legionari di Cristo, Comunione e liberazione) alla galassia progressista (Comunità di base, Noi Siamo Chiesa, Pax Christi), passando per l’Azione cattolica. I movimenti, le associazioni sono una ricchezza per la Chiesa?

<Sì, ma ad una condizione: non devono assolutizzarsi. Se mi propongo come una risorsa in più, sono un elemento di forza, ma, se mi presento come l’unica soluzione, non sono più una ricchezza>.

Ecclesia semper reformanda. Concorda?

<Per forza, la Chiesa è una comunità di uomini peccatori che necessita di purificarsi e di superare i suoi limiti. Troppo spesso le persone considerano i preti degli infallibili, tanto da meravigliarsi quando sbagliano. Occorrerebbe mettersi nell'ottica di valutare vescovi e sacerdoti per quello che sono: uomini come gli altri, suscettibili di errore>.

Per fare questo bisognerebbe archiviare secoli di clericalismo.

<Senz'altro, il problema esiste e va superato ancora oggi. Ecclesia semper reformanda>.

Quali sono le linee di riforma della Chiesa?

<Popolo di Dio, comunione, condivisione e corresponsabilità. Su questi concetti è ruotato il rinnovamento conciliare. Sono valori che vanno rispolverati, perché patiscono una certa sofferenza. La Chiesa ha necessità di continuare il suo cammino di aggiornamento, ma esiste anche un'altra questione>.

Quale?

<Come Chiesa dobbiamo essere veri>.

Tradotto?

<Non mi riferisco tanto all'adesione a delle verità. Il problema è quello dell'autenticità: se colgo uno spirito, devo viverlo. Se denuncio l'esigenza di ascoltare il prossimo, nella mia vita non posso restare sordo al confronto>.

Congar diceva che ci vogliono 50 anni per recepire un Concilio. L’anno prossimo saranno 50 anni dall’apertura del Vaticano II. A che punto siamo con la sua attuazione?

<Il mezzo secolo non è ancora passato>.

Alla fine degli anni ’90 Martini avanzò l’ipotesi di un Vaticano III. Prematuro?

<Non lo so, il cardinale è una persona molto intelligente. Certo è che su alcune questioni non mi sembra che siamo pronti. Poi vi sono temi come il concetto di famiglia o d’indissolubilità del matrimonio che meriterebbero un approfondimento. Ma il rischio di ambiguità è notevole>.

Il timore è quello di appiattire la Chiesa sul costume corrente?

<È la prima preoccupazione: la vita va in una certa direzione e anche il popolo di Dio si adegua. Poi, c’è un altro rischio. Quello di non tenere conto che lo stile di vita è molto cambiato>.

Tipo?

<Per assumere il ruolo di padrino nel battesimo e nella cresima si richiede una situazione famigliare di fedeltà al legame matrimoniale, il che è sempre più raro. Su questo aspetto occorre riflettere, ma al momento mi sembra ancora prematuro>.

                                                                   

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