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Chiesa austriaca al bivio

Pubblicato da Giovanni Panettiere Dom, 27/11/2011 - 12:29

VENTI di tempesta sulla Chiesa austriaca, ormai a un passo dalla rottura. Specie dopo il fallimento del dialogo tra il presidente dei vescovi, cardinale Christoph Schonborn, e un manipolo di preti saliti sulle barricate per invocare riforme strutturali all’interno della comunità. Trecento parroci, su un totale di tremila parrocchie, che, in un inedito Appello alla disobbedienza, diffuso il 19 giugno, sostengono il sacerdozio femminile e le messe presiedute dai laici. Il tutto in un contesto ecclesiale segnato da un flusso vorticoso di abbandoni.

Cifre alla mano, secondo i dati diffusi dalla rivista dei dehoniani Il Regno (num. 16, 15 settembre 2011), in Austria gli abitanti sono 8,4 milioni, di questi 5,5 cattolici. Fino a una trentina di anni fa i fedeli al papa rappresentavano la quasi totalità della popolazione, oggi non vanno oltre il 67%, con un’impennata nel 2010 delle uscite dall’imposta ecclesiastica, il sistema che registra gli appartenenti alla Chiesa: +31% rispetto al 2009, come rivela l'agenzia di stampa Deutshe Press. A motivare le defezioni sono una forte indignazione per lo scandalo degli abusi sessuali sui minori perpetrati dal clero, gli strascichi della nomina a vescovo ausiliare di Linz dell'ultratradizionalista Gerhard Wagner, costretto poi alle dimissioni (2009), e soprattutto una sete di rinnovamento ancora insoddisfatta. Anche in una Chiesa tra le più aperte della cattolicità.

Si pensi solo alla prassi pastorale sulla comunione ai risposati, introdotta dai vescovi austriaci all’indomani del sinodo sulla famiglia svoltosi a Roma nel 1980. Se l’anno successivo papa Wojtyla, nell’esortazione apostolica che riassume i lavori dell’assemblea, ribadì il no all’eucarestia per chi era convolato a nuove nozze, ad eccezione del coniuge che si astenga dai rapporti sessuali (Familiaris consortio), in Austria i pastori avevano già imboccato un’altra strada. Subito dopo il vertice misero nero su bianco una direttiva di coscienza dalle maglie meno strette: il divieto di comunione resta, <salvo il caso in cui si presentino situazioni particolari, nelle quali, in dialogo con un prete esperto, si dirima meglio la questione> (Herder Korresponder, 1980).  Sono trascorsi trent’anni e quella norma è ancora in vigore, nonostante la Santa Sede abbia chiesto più volte una marcia indietro.

<Il rifiuto di Roma a una riforma della Chiesa da tempo necessaria e l’inerzia dei nostri vescovi, non solo ci permettono, ma anzi ci obbligano a seguire la nostra coscienza e ad attivarci in maniera autonoma>. Così inizia l’Appello alla disobbedienza, sottoscritto da trecento sacerdoti, organizzati sotto la sigla Iniziativa dei parroci. Il testo intercetta il malessere diffuso tra la base cattolica e passa in rassegna i punti per una svolta in senso progressista. Proposte anche su temi fondanti l’identità cattolica, sui quali i firmatari prendono le distanze dal diritto e dalla morale canonica. Si parte dall’impegno a dare l'eucarestia <a tutti i credenti di buona volontà>, compresi i risposati e i cristiani di altre confessioni. Molto controverso è lo spunto a favorire, laddove non fosse possibile far presiedere la messa a un prete, celebrazioni <autogestite> dai laici, con le ostie consacrate in precedenza da un sacerdote e poi distribuite in assemblea. Non manca quindi un richiamo esplicito <a favore dell’ordinazione di donne e persone sposate> e del reintegro dei preti che hanno scelto il matrimonio.

Di per sé le richieste non sono originali. Molte di queste erano già presenti nell'Appello dal popolo di Dio, redatto da laici, sempre in Austria, nel 1997, o nel Memorandum dei teologi tedeschi, apparso sul quotidiano Süddeutsche Zeitung a inizio febbraio. La novità è data dal fatto che i promotori sono parroci, disposti a disobbedire ai vescovi e al papa.Se i firmatari del documento sono 'solo' trecento, ben più vasto è il consenso all'iniziativa tra i 4mila preti austriaci. In un recente sondaggio, realizzato dal Gfk-Umfrage Institut per l’emittente Orf, il 72% dei sacerdoti sostiene i disobbedienti. Ed è proprio la solidarietà al documento a preoccupare l’episcopato. Non ancora il papa che, per il momento, affida a un fine diplomatico come l’arcivescovo di Vienna, Schonborn, il compito di sbrogliare la matassa.

Il 7 luglio il cardinale ha preso carta e penna e ha risposto all’Iniziativa dei parroci. Nel suo Appello all’unità l’arcivescovo, pur dichiarandosi disponibile a incontrare i ribelli, ha richiamato i doveri di obbedienza in capo ai preti e lanciato ai promotori un ultimatum: <Chi in piena e provata coscienza e convinzione pensa che Roma abbia imboccato una strada sbagliata (…) dovrebbe non percorrere più la via della Chiesa romana>. Un mese dopo si è tenuto un faccia a faccia tra Schonborn e monsignor Helmut Schuller, già braccio destro del cardinale a Vienna, e oggi leader dell’Iniziativa dei parroci. A nulla sono valsi i tentativi dell’arcivescovo, preoccupato soprattutto per l’idea di una messa senza prete, di far rientrare la protesta. I ribelli, pur garantendo <di non cercare lo scisma>, non hanno alcuna intenzione di cedere.

Della situazione si è discusso anche il 7 novembre nell’assemblea annuale dei vescovi austriaci. Per il momento l’episcopato non intende sanzionare i disobbedienti. Troppo forte è il rischio che la protesta assuma proporzioni maggiori. Ma c’è di più. Tra i vescovi incominciano a emergere segnali di simpatia per la protesta. Proprio nella Vienna di Schonborn, il vescovo emerito già ausiliare, monsignor Helmut Kratzl, ha invitato <le persone disposte al cambiamento, prima di tutte i vescovi, a mettersi finalmente in rete e a presentare insieme le loro richieste a Roma>. Perché se da decenni la gerarchia impone la stessa disciplina e da decenni la base ecclesiastica non la segue è evidente che la stessa normativa giuridica <prima o poi va ripensata> (Salzburger Nachrichten, 2 novembre). Difficile che a questo punto il papa resti alla finestra.

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