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Così la pillola abortiva uccide anche le mamme

Pubblicato da Massimo Pandolfi Dom, 06/09/2009 - 09:53

«L’ultima emergenza è capitata proprio qualche giorno fa. Mi hanno telefonato in piena notte, c’era una donna che per la quarta volta in sette anni aveva cercato il suicidio. Anni fa, dopo essersi procurata in Svizzera i farmaci, aveva abortito con la Ru486. L’abbiamo salvata anche stavolta; ma è dura, mi creda».Cinzia Baccaglini, 38 anni, ravennate, vicepresidente regionale del Movimento per la vita, è una psicoterapeuta che gni giorno riceve donne alle prese con la cosidetta ‘sindrome post-abortiva’. «Prima o poi —spiega — ci cascano praticamente tutte». La sua è una testimonianza forte, se volete di parte, ma di certo vissuta sulla sua pelle, attraverso tante esperienze quotidiane. Non le piace fare i distinguo fra aborto terapeutico e quello chimico o disquisire se la Ru486 rispetti o no la legge 194. «Si impedisce comunque a un bambino di nascere. Che si uccida col cianuro o con la ghigliottina, non mi sembra che la sostanza cambi molto».La dottoressa Baccaglini ha un archivio di storie agghiaggianti da raccontare, sempre più spesso legato a donne che hanno abortito con la celeberrima Ru486, di nuovo al centro delle polemiche in Emilia Romagna. Un reportage del settimanale ‘Tempi’, e un approfondimento del Carlino, hanno dimostrato che il suo utilizzo può essere contrario alla legge, visto che l’espulsione del feto — lo hanno ammesso i medici interpellati — non avviene sempre in una struttura ospedaliera, così come previsto dalla 194. Dopo le inchieste giornalistiche, il Pdl (Leoni, Varani e Bertolini) ha chiesto all’assessore regionale alla sanità Bissoni di aprire un’inchiesta. Ma torniamo alle storie vissute da Cinzia Baccaglini. «Una volta una donna in preda a incubi continui si è presentata a me e mi ha raccontato: ’In ospedale ho preso il primo farmaco, poi il secondo, ma mi hanno mandato a casa e ho perso mio figlio nel water di casa. Ho visto tutto, altro che mestruazioni abbondanti; per la paura ho tirato lo sciacquone. Poi mi sono detta: i topi possono vivere nelle fogne, mio figlio no’». Arrivano anche mesi o anni dopo queste donne, in preda ai rimorsi. E ancora: «La storia più raccapricciante me l’ha raccontata un’altra donna, che è arrivata da me piena di sensi di colpa. Con la Ru486 aveva abortito in cucina, neanche in bagno. Ripulì tutto in fretta in casa, poi sa cosa fece? Corse al cimitero e seppellì quel suo bambino espulso così, nel pavimento di casa». Chirurgico o chimico che sia, ci sono dei dati dell’Elliot institute for social scinces research che fanno impressione: il 90% delle donne che abortiscono soffre di danni psichici nella stima di sé; il 50% inizia o aumenta il consumo di alcol e/o droga; il 60% è soggetto a idee di suicidio; il 28% ammette di aver provato fisicamente ad uccidersi. «Tante mancate mamme soffrono d’insonnia — spiega la Baccaglini — altre hanno gravi problemi dermatologici, altre ancora, il giorno in cui poi decidono di avere un figlio, vivono la maternità con un’ansia totale e sono anche capaci di andare quaranta volte dal pediatra per delle presunte malattie dei figli». Ma torniamo all’aborto ‘moderno’, quello con la Ru486. «La vera differenza fra aborto chirugico e chimico — spiega la psicoterapueta — è che nel primo caso la donna affronta, spesso in modo drammatico, il prima e il dopo, ma il durante no, non esiste, perchè dura poche decine di minuti e lei viene addormentata. Con la Ru486, invece la donna vive drammaticamente pure il durante, è addirittura peggio. La pillola se la ingoia da sola, così come la dimensione del senso di colpa. Per tante ore, a volte per tanti giorni, la donna sente che nel suo corpo sta succedendo qualcosa, ma ormai, preso il primo farmaco, non può fare più nulla per fermare quel diabolico iter. Con l’aborto chirurgico fino a un secondo prima dell’intervento può scendere dal lettino e dire: ‘Fermi tutti, mi tengo il mio bambino’. Con quello chimico no, ingerita la pillola non si può più cambiare idea. Bisogna solo attendere la fine di tutto».

 

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