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Viva V.e.r.d.i.! (cit.)

Pubblicato da Ambra Notari Mer, 17/08/2011 - 15:21

Voglio raccontare un brivido. Di quelli che cominciano dal collo e scendono lungo la schiena, per spegnersi nelle mani che, irrigidite, sono nella stessa posizione da lunghi minuti.

È la seconda scena del secondo atto dell'Aida. Da una porta di Tebe, sta per entrare Radames vincitore. Cinque, sei corpi di ballo lo precedono. Ventagli di piume (i flabelli), nastri, fiori. Ministri, Sacerdoti, Porta insegne, Capitani. Tantissimo oro e cinque cavalli bianchi: arrivano e fanno un inchino. Il maestro Daniel Oren invita i suoi orchestrali a intonare le prime note della Marcia trionfale di Giuseppe Verdi.

Indiscutibilmente la mia lacrima è molto facile, ma l'emozione, l'orgoglio, l'abbraccio elegante di Verdi mi ha commosso. Non sono un'esperta di opera, semplicemente mi piace. Così, poco alla volta, tento di avvicinarmi alla punta di diamante della musica italiana.

Qualche tempo fa stavo chiacchierando con una giovane promessa della lirica italiana. Quando gli chiedo: “Qual è il significato dell'opera in Italia?”, mi ha risposto aprendomi un mondo. “Con l'antica Roma e il Rinascimento, l'opera lirica è uno dei tre prodotti italiani esportati all'estero più importanti”. Ancora oggi, mi spiegava, nei due emisferi i cinque grandi riscuotono un successo spesso incomprensibile per noi italiani che diamo l'opera per scontata. Rossini, Donizetti, Bellini, Verdi e Puccini sono amati dal Sudafrica alla Russia, dall'America latina all'estrema Asia.

Provate a fermarvi un attimo a pensare. La cultura italiana, figlia di tutta l'Italia, da nord a sud, ha fatto scuola nel mondo. Ci conoscono per progetti e idee bellissime, per uomini e donne che, tra i primi, hanno tracciato la strada dell'evoluzione umana a 360 gradi.

Per questo, farò uno spot non richiesto e nemmeno retribuito per il festival lirico dell'Arena di Verona, senza dimenticare che ne esistono molti di altissimo livello anche in tante altre località (come il Festival pucciniano a Torre del Lago).

L'Arena, oltre a essere un meraviglioso anfiteatro, offre una serie di tradizioni che rendono l'atmosfera sospesa, ovattata. Ripeto: da brividi. Non ci sono microfoni, quindi l'acustica segue il vento, creando a volte qualche problema. Poche luci calde, le gradinate punteggiate di spettatori. Tre cose, però, le devo dire.

Passeggi sul listone e, quando varchi il cancello dell'entrata, l'elegante staff operistico ti regala una candelina come quelle delle torte di compleanno. Prima che l'opera cominci, la “voce fuori campo” chiede al pubblico di accendere tutte le candeline mentre le luci si spengono. Così, nell'epoca dei cellulari e delle fotocamere digitali che ingombrano i concerti, l'Arena s'illumina alla vecchia maniera.

Prima che lo spettacolo cominci, poi, una ragazza con un peplo bianco suona tre volte il gong per annunciare l'imminente inizio. Così anche prima di ogni atto.

Last but assolutamente not least: finisce il V atto, gli applausi sono scroscianti e il pubblico è tutto in piedi. Mentre qualche giapponese scappa a gambe levate dopo la grande fatica (e anche qualche pisolino), dalla platea si leva una voce che ci ha accompagnato per tutta la serata con i suoi entusiasti commenti. Scandisce un italianissimo “Viva Verdi!” e gli applausi e i sorrisi sono anche per lui. Sentire il tedesco dietro di me che spiega alla figlia il significato di quel grido, non ha prezzo.

Per questo (ma anche per molto altro) grazie per avermici portata.

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