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De Milan ghe n'è domà vun

Pubblicato da Ambra Notari Gio, 17/11/2011 - 14:42

Potrei essere all’inizio di un nuovo capitolo. Sono emozionata e preoccupata, soprattutto per i nuovi equilibri (nella speranza che ve ne saranno) e per la nuova routine (nella speranza che non vi sarà). Nella mia mente schematica e organizzata, forse retaggio della mia maestra delle elementari che ci suggeriva le risposte chiedendoci di “aprire i vari cassettini che stanno chiusi nella nostra testolina”, per socchiudere un ciclo serve un commiato.

Il mio congedo è tutto dedicato alla mia Milano. “Mia” nel senso che è la Milano che ho vissuto io, che ho battuto passo dopo passo, fermata dopo fermata.

Era il settembre 2009. Sono arrivata nel capoluogo con una gran tristezza nel cuore. Grigia, fumosa, polverosa, antipatica: ecco quello che mi aspettavo di trovare. Invece, mi sono innamorata di questa città, alla faccia di tutti quelli che la trovano provinciale e ottusa. Io non so se è provinciale o europea, so solo che ci sono angoli e sfaccettature che mi rendono felice.

Ebbene sì, lo ammetto, è il solito elenco in stile “101 cose da fare a Milano”. Non posso rinunciare a un’occasione così ghiotta.

Via Dante, stretta tra il Duomo e il Castello Sforzesco, è meravigliosa. Col tramonto, con l’alba. Sotto la neve o sotto l’acqua. Il Castello è un’opera d’arte: provatelo nel periodo natalizio, illuminato a giorno. E, intanto che ci siete, provate anche corso Garibaldi e deviate verso Brera. Le cartomanti, tra via dei Fiori Chiari e via dei Fiori Scuri, fanno i tarocchi in un’atmosfera surreale.

La sede della mia università, Sant’Agnese, non si può certo definire bella. Ma per due anni ho salito le sue scale e le ho scese. Girato l’angolo, però, Palazzo Litta e i suoi affreschi meritano  una tappa.

Per i fashion addicted, poi, il famosissimo quadrilatero della moda. Tra lusso e prezzi improponibili, ti può pure capitare di incrociare re Giorgio Armani o il maestro Roberto Cavalli, ovvero la crème de la crème della moda italiana esportata nel mondo.

E poi la mia prima, adorata, casa davanti alle Colonne di San Lorenzo. La Basilica con la messa in tagalog e i bonghi sul sagrato, mentre nerd, emo, punk e sciure si confondono. Sant’Eustorgio e i Magi: vedetelo per l’Epifania, una festa che merita di essere vissuta, tra pane offerto e baci scambiati con i celebranti.

Zona Loreto, viale Monza e via Padova. Melting pot potrebbe essere una buona definizione, forse troppo ottimista. In via Crespi, può capitare che il pizzaiolo turco con cui dividi il cortile ti dia la maionese in una zuppiera che gli restituirai i prossimi giorni, senza fretta.   

I navigli, che personalmente amo, soprattutto d’estate, quando si spalmano sulla strada. La mia seconda casa, in via Tortona, sede del Fuorisalone primaverile, tra loft e attici, installazioni e happening. Con il barista davanti a casa che saluta per nome, tra lampadari scintillanti e vecchie bottiglie in mostra negli scaffali di legno. Via Savona con mille locali che propongono affari d’oro, ragazzi a tutte le ore di tutti i giorni. Unica pecca:  il terribile ponte che da via Tortona ti accompagna, non senza fatica, in porta Genova.

E poi, la mia meravigliosa Isola: il quartiere che preferisco. Via Borsieri, con il Blue Note e il ristorante greco, mi fanno impazzire. Il mercato con frutta e verdura disposte secondo precisi schemi geometrici sembrano – in piccolo, ovvio – il mercato della Boqueria di Barcellona. La brioche è al pistacchio, il migliore della città (così me l’hanno venduto). E poi è in via Angelo della Pergola che ho scoperto che sarei diventata zia.

Inutile dilungarmi oltre, il rischio di scrivere una vera e propria guida di Milano è reale. Qui, c’è sempre qualcosa da fare. A nessuno importa se sei solo o in compagnia. Le palestre chiudono tardi e aprono presto; i negozi fanno orario continuato. Teatri grandi e piccoli spuntano come funghi.

E ti ritrovi al Piccolo a vedere Ferruccio Soleri che sul palcoscenico fa le capriole per il suo Arlecchino servitore di due padroni e capisci che non vorresti essere da nessun’altra parte (questa, però, l’ho già sentita).  

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