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L'occasione di rileggere Pellico

IL BUON carceriere Schiller. Piero Maroncelli salda la parcella al chirurgo che gli ha amputato la gamba rosa dalla cancrena con l’offerta di una rosa. E la neve cade e cade sulla tetra fortezza dello Spielberg dove i carbonari italiano languono con la catena al piede. Quanti pianti e anche, confessiamolo senza rossori, quanti sbadigli soffocati sotto i banchi di scuola ci procuravano «Le mie prigioni». Pagine e pagine rugiadose di passione risorgimentale uscite dalla penna di Silvio Pellico e date alle stampe dal regio libraio Bocca. Bocca è presente, lavora, pubblica.

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Questi vent'anni senza Tognazzi

Vent'anni senza Tognazzi. Senza l'attore più incredibilmente eclettico del cinema italiano del dopoguerra. Con quella faccia padana, da contadino inurbato, da operaio della Negron (il suo lavoro prima di approdare al palcoscenico), è stato un esempio di inarrivabile duttilità artistica.

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La storia siamo noi e il lavoro

La contessa di Castiglione attendeva nella sua alcova Napoleone III, imperatore dei francesi, per un patriottico amplesso. Garibaldi e re Vittorio non si erano ancora incontrati e reciprocamente mandati, dicunt, in un paese molto più lontano di Teano. I bersaglieri dovevano sbriciolare a cannonate Porta Pia. Ma c’era qualcuno che l’Italia l’aveva già fatta. «C’ero anch’io», era il titolo di una famosa serie di telefilm americani («americanate» li bollava la nonna, scalpitante nell’attesa di commuoversi con Paolo Carlini) che ci calavano in un fatto storico.

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Umanità da sottocosto della casa

SI POTREBBE andare tutti quanti ad abitare in Galleria. Veniamo anche noi? No, voi no. Perché se ci abitassimo scopriremmo (come l’ha scoperta il nostro cronista) una strana galassia. Sedi di associazioni sparite o sfrattate da tempo. Targhe anacronistiche. Cosa c’è dietro? A volte il vuoto, a volte il privilegio. Quello di persone che pagano affitti irrisori, stipulati venti o trent’anni fa, alcuni ancora ad equo canone, quando la Prima Repubblica navigava orgogliosa e Milano era da bere. Umanita da sottosuolo? No, da sotto costo. Della casa.

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Tanto rigore per nulla

MARINELLA, Marinella, che canzone triste è la tua. E che storia vera. Marinella inseguita dai gendarmi in Germania e fermata dai carabinieri in Italia. Latitanza. Mandato di cattura europeo. Arresto. Qualche ora in cella e Marinella viene scarcerata. Per una storia di figli contesi al marito e a lui sottratti, parola orribile di cui ci pentiamo immediatamente chiedendo anche scusa.

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Prendeteli tutti ma almeno lasciateci i locali

A cosa serve la parola night? Semplice: a evocare. Tempi andati. Ambienti fumosi e champagne tutto bollicine. Flautava la voce suadente di don Marino Barreto mentre fra i tavolini si aggirava un giovanotto allampanato che faceva il «ganassa» ostentando una Colt infilata alla cintola: si chiamava Luciano Lutring e sarebbe divenuto famoso grazie a un imaginifico cronista che lo avrebbe ribattezzato «solista del mitra». Peccati e peccatucci, subito fagocitati dal fumo spesso di tutte quelle sigarette. Sapete cosa vi diciamo?

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Il volto feroce della Mafia

NELLA MILANO che si avvicina all’Expo, nella metropoli in corsa quotidiana per tenere il passo con l’Europa, la ’ndrangheta lancia la sua sfida. Lea Garofalo, ex collaboratrice di giustizia, rapita in strada, in mezzo al traffico, uccisa, sciolta nell’acido: la stessa sorte riservata al piccolo Giuseppe Di Matteo, figlio del collaboratore Santino, assassinato nel 1996 al termine di un lungo sequestro.

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Quando la parola <scuse> offende

Si può massacrare a botte un tassista colpevole di avere arrotato un cagnolino per strada, chiedere scusa e offrire un polmone come contropartita risarcitoria.

Si può trasformare uno stadio in un teatro di guerriglia fino alla strage sfiorata e poi chiedere scusa a una città, a una nazione, a tutto il genere umano.

Le scuse come atto riparatore. Picchiare, devastare, distruggere per poi mondarsi la coscienza (dopo averla rintracciata fra chissà quali anfratti) con la taumaturgica parola <scuse>.

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Per non dimenticare Linate

Il nono anniversario della tragedia di Linate è trascorso come gli altri, nel segno di un dolore composto. La funzione religiosa in Sant'Ambrogio. Il raccoglimento al Bosco dei Faggi dove un albero ricorda ognuno dei 118 scomparsi. Il concerto sinfonico alla Scala. Nove anni dopo. Sufficienti perché anche il cronista ceda alla tentazione, alla malìa sottile del ricordo.

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Ci siamo dimenticati di Garlasco?

C'è un presidente di sezione che, legittimamente, se ne va in pensione. Come conseguenza il processo d'appello per l'omicidio di Chiara Poggi a Garlasco non potrà essere celebrato, assicurano i più ottimisti, prima della primavera inoltrata del 2011. Niente da dire, ma alcune domande da formulare. Una su tutte: si è ripreso a indagare sul delitto che segnò l'estate strana, surreale, orribile del 2007?

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