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Yara: "Guardare oltre il dolore e tornare alla vita"

I MESSAGGI in rete. Quelli che debordano dai cestoni collocati su un altare nella chiesa parrocchiale di Brembate di Sopra. Scrivono e si scrivono bambini, ragazzi, famiglie. Nella tragedia di Yara ci arrivano queste voci sottili di dolore ma anche di speranza. Sono loro che ci confortano, ci aiutano in queste giornate chiuse come in un pugno, in un grumo. Ci invitano a pensare al domani. Domani non sarà un altro giorno. Non illudiamoci.

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YARA: Una priorità, trovare il killer

ADESSO firmiamo una tregua. Sospendiamo le polemiche, le critiche, le accuse. Apriamo una linea di credito agli inquirenti, a tutti, senza distinzione, e chiediamo una sola cosa: trovate l’assassino di Yara perché venga giudicato e punito dalla più severa delle giustizie umane. Tregua. Pace per quanto è possibile. Fiducia. Speranza.

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YARA: "Essere informati per poter informare"

GIORNALISTI che inanellano errori, coltivano fantasticherie o danno il peggio di sé quando sbrigliano la fantasia per scoprirsi inventori di notizie. Nell’arco di questi tre lunghissimi mesi, pesanti e dolorosi anche per noi, ci siamo sentiti rivolgere queste critiche. Ci piovono addosso anche ora che l’odissea di Yara ha avuto l’epilogo peggiore e più temuto.

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YARA: "Lasciamo stare i volontari"

UN SOLO colpevole per la tragedia di Yara: il suo assassino. Chiamare in causa i volontari della protezione civile, accusarli di non avere perlustrato senza la cura dovuta, di essere transitati, con i cani o senza, accanto alla tomba a cielo aperto di Yara senza notarla, è ingeneroso e ingiusto. Solo chi è vissuto accanto a loro per settimane può dire quale sia stato lo sforzo quotidiano di persone che si dedicano alla protezione civile solo per passione e slancio generoso.

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YARA: "Perdono, non abbiamo saputo difenderti"

SCUSA, eri così vicino ma così lontano che non ti abbiamo vista. Rimarrai nei nostri cuori. Scusa!». E’ uno dei messaggi lasciati sull’altarino laico innalzato accanto al luogo dove è stata ritrovata Yara. Scusa perché eri a nemmeno dieci chilometri da casa, perché eri in una tomba a cielo aperto e noi ti siamo passati vicini. Scusa perché non abbiamo scorto il rosso dell’elastico fra i tuoi capelli. In questi giorni abbiamo visto rabbia, dolore, lacrime sui visi da vecchi alpini dei volontari della Protezione civile.

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DIARIO: Yara, 92 giorni dalla scomparsa: "Tre mesi che portano al nulla"

Ce ne siamo andati, frettolosamente rimossi, una sera di gennaio, con i nostri taccuini dove le pagine bianche erano sempre più numerose, le telecamere a spalla, i camper delle paraboliche. Abbiamo lasciato Brembate e di Yara si è parlato sempre meno, anche se, ci assicurano, nessuno si è dimenticato di lei. Colleghi, amici giornalisti, perché non torniamo? Tutto è preferibile al silenzio. Un silenzio che viene dal nulla e nel nulla ritorna. Dopo 93 giorni.

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Il dramma e le liti di cortili

A una manciata di chilometri dall’Italia si consuma un dramma biblico, cosmico. Non è una iperbole anche se vorremmo tanto che lo fosse. E a Milano che si fa? Si litiga. Secondo il peggior costume italico e contravvenendo alla consolidata (e storicamente vera) tradizione che vorrebbe Milano sempre con «il cuore in mano». Accogliere l’inevitabile arrivo dei profughi? E dove?

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DIARIO: Yara, 83 giorni dalla scomparsa: "Lezione d’umiltà"

GIOVANNI VALSECCHI è un figlio doc della Val Brembana, ma potrebbe essere uscito da una pagina di Tolstoj o di Gorki. Un involucro solidamente rustico a proteggere sentimenti delicati.

Dal primo giorno esce con gli altri volontari in cerca di Yara. Oggi invita tutti a non dimenticarla. E’ la lezione degli umili. Una grande lezione.

 

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DIARIO: Yara, 82 giorni dalla scomparsa: "Non dimentichiamo"

Non dimentichiamola. Non dimentichiamo Yara. In questi giorni tutti i riflettori sono accesi, giustamente, doverosamente, sulla tragedia delle due gemelline svizzere. Ogni notizia provoca un fremito di pietà, tenerezza, paura, strazio. Ma non scordiamoci della bambina di Brembate di Sopra. Oggi sono 82 giorni dalla sparizione. Per questo scriviamo di lei. Un pensiero per Yara. E un appello, modesto e sommessso: diteci qualcosa. Qualcosa a cui appendere la nostra disperazione o l’ultimo filamento di speranza.

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Se il bandito batte la tecnologia

SI CHIAMAVA Domenico Gargano detto Mimmo e il 29 dicembre del 1997 si barricò per due giorni nell’agenzia di via Cassinis della Banca Popolare di Milano. Sequestrò i dipendenti, si fece consegnare 4 miliardi che avrebbe voluto spargere in volo da un elicottero, venne ferito e catturato dai Nocs. Bandito per amore di Kikka, la donna che l’aveva lasciato e poi lo riprese, pentita al punto da sposarlo, e per rabbia contro il sistema bancario. Roba da mesozoico. Come le rapine con il taglierino. Le rapine con ostaggi sono tornate.

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