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Tutti all'ipermercato. E pazienza per Yara

Pubblicato da Gabriele Moroni Ven, 28/10/2011 - 14:07

«Yara?». Sì, Yara. Il nonno con nipotino sgrana gli occhi, lascia che si perdano in una distesa formicolante di gente che festeggia in massa il primo giorno di apertura del centro commerciale Continente di Mapello. Non più il cantiere puntato dai cani molecolari, dei dubbi, dei sospetti, di lettere anonime che volevano che l’ultimo tratto della vita di Yara Gambirasio fosse transitato di qui.  

Non più l’immenso cortile sterrato, paesaggio lunare di cumuli di terra, buche, colate di cemento. Un solo, immenso store, fresco e rutilante come l’abito sontuoso di una soubrette anni ’50, come la confezione di un uovo in largo anticipo sulla Pasqua. «Yara?», ripete, dubbioso, il nonno con bambino come a inseguire un pensiero che sfugge. Prima di allontanarsi con il suo carrello che fra poco sarà ricolmo. Chissà, dopo averlo riempito forse gli tornerà alla mente la titolare di quel nome breve, esotico, dolce e tragico.

È assolato al centro commerciale di Mapello spalmato su un’area di 37mila metri quadrati, punteggiata da una sessantina di negozi, logisticamente incuneata fra Bergamasca e Lecchese. Coppie di ogni età, single in cerca di rapidi acquisti, frotte di curiosi che usciranno a mani vuote dopo avere appagato la curiosità del nuovo. Marisa di Cisano, mamma con bambino: «Per Yara dispiace, dispiace tanto. Ma non c’è nessun collegamento». Michela e Mario, coniugi di Pontida: «La storia di Yara ci ha toccato tutti. Lasciamo stare. Siamo qui solo per il centro commerciale». Giovanna di Carvico: «Sono venuta perché ci sono delle offerte straordinarie. Yara, ormai...». «Ormai». Parola che nessuno vorrebbe sentire.

A un anno quasi dalla sera del 26 novembre, la sparizione, la morte. Nel deserto delle certezze. La rassegnazione come anticamera della resa. Dimenticare Yara sarebbe la prima, più inaccettabile resa. Anche in questo scenario di luccichii dove si consumano i riti dell’effimero più tranquillo, del più domestico consumismo.Ci sono, per fortuna ci sono, tra tanti volti spensierati, anche quelli che appena si pronuncia il bisillabo del nome s’increspano di pensosità. Come Francesco di Ponte San Pietro: «Nel supermercato avrei messo una bella foto di Yara. Per ricordarla. Anche se non siamo ancora sicuri che in questo posto sia successo qualcosa. All’epoca avrebbero dovuto torchiare tutti, proprio tutti quelli che lavoravano nel cantiere. Purtroppo in Italia torchiano solo per le tasse. Certo che qui dentro è una pacchia».

Resy Malighetti di Pontida: «Yara era quasi una figlia. Il primo pensiero, entrando, è stato per lei. Avrebbero dovuto indagare di più». Luciano Rotini di Almenno San Bartolomeo: «Ieri, in famiglia, appena abbiamo sentito che aprivano il centro di Mapello, abbiamo pensato a lei. E’ passato un annetto. Non biasimo nessuno, non punto il dito contro chi ha fatto le indagini. Yara non è dimenticata, no, non lo è. Ma la vita va avanti». La vita come il grande show su questo palcoscenico. Il centro commerciale è imponente, ma la moltitudine di gente riesce ad affollarlo.«Pota». L’interiezione non lascia dubbi sull’appartenenza orobica della bionda signora di mezza età (niente nome e niente paese, tassativo). «Pota, non si poteva lasciare il centro commerciale a metà, c’era dentro il lavoro di tante persone. È successo. Yara è morta».

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