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Polesine, 1951: 60 anni di paura

Pubblicato da Gabriele Moroni Mar, 15/11/2011 - 13:28

ERA il 14 novembre 1951 quando il grande fiume uscì dal suo alveo e invase il Polesine. Sono passati quindi 60 anni da quei tragici giorni. Alla fine si contarono centinaia di morti e migliaia di case distrutte. I testimoni rimasti raccontano di un’apocalisse che seminò terrore e devastazione. Allora erano bambini ma il ricordo resta indelebile e il racconto si mescola alla commozione di scene davvero dolorose. Dall’allarme dato da un appuntato dei carabinieri al fuggi fuggi verso luoghi più sicuri e irraggiungibili dalla furia delle acque.

«ERAVAMO IN dodici sulla mia barca, nella nebbia. Quando abbiamo urtato l’arcata di un ponte, la barca si è rovesciata. Sono morti in quattro, tutti della stessa famiglia». Nel volto di 84 anni di Elpidio Scarpante si mescolano una bonomia più emiliana che veneta, la quieta spavalderia dell’uomo nato sul fiume, un velo di arguzia quasi goldoniana. Testimone e memoria storica della grande piena del Po, quel Polesine 1951 rimasto per sempre sinonimo di alluvione, icona di castrofe. 

QUEL GRIGIO, drammatico, tristissimo 14 novembre è un mercoledì. Dopo una settimana di piogge, il Po esce dall’alveo riversando una massa di 7mila metri cubi d’acqua al secondo. Quando, quasi all’improvviso, quel lago inizia a ritirarsi, un centinaio di persone sono morte, migliaia di case sono andate distrutte in una palude di centomila ettari. Nerio Campioni, sindaco di Occhiobello, ordina all’appuntato dei carabinieri di sparare quattro colpi in aria. E’ il segnale d’allarme. A Occhiobello il Po dilaga alla Baccanazza, dove l’acqua s’incanala lungo la scarpata della ferrovia Bologna-Padova. Sono le cinque e mezzo del pomeriggio. Fra le sette e le otto esce a Bosco e soprattutto in una vicina località dal nome vagamente sinistro: Malcantone. La paura vissuta con gli gli occhi di un bambino. Elio Faccini ha 64 anni, in paese è Faccio o Fazin, ha allevato figlie e nipoti nell’amore del Padre Po. «A mezzogiorno hanno mosso la terra e rialzato l’argine di una ventina di centimetri. Sopra ci hanno messo i sacchi. Eravamo lì, che si faceva bollire qualcosa, tè o vin brulé per riscaldarsi, quando sono arrivati di corsa due uomini con la vanga sulla spalle. Gridavano “Ha rotto, ha rotto“. I camion erano pronti. Ci hanno portato verso Ficarolo, poi ci siamo trovati a Este. Ricordo un portone, un grande arco, una stalla che è diventata la nostra casa. Mio padre e mio zio Settimio hanno lavorato a ricostruire la gradinata alla Rotta. Quando hanno finito hanno sotterrato una bottiglia con tutti i nomi».

IL FIUME È PENSILE, ogni occhiobellese sa di averne sopra la testa almeno due metri. Per questo molti cercano rifugio sugli argini, convinti che la piena passerà, scenderà, inonderà il paese risparmiando la gente. Una cinquantina di persone rimangono bloccate su uno spezzone di argine di 300 metri per due giorni e due notti, al gelo, circondate dall’acqua. Eolo Rovati, fiumarolo, e don Aldo Rizzo, parroco della frazione Santa Maria Maddalena, tentano, senza successo di arrivarci con un piccolo rimorchiatore. Sino a quando non si materializzano come angeli salvatori i barcaioli di San Benedetto Po.

LA TELEVISIONE deve ancora nascere, ma per i cinegiornali Luce vengono girati chilometri di pellicola in bianco e nero. «Uscivamo - ricorda Elpidio Scarpante - da anni di odio. In quei giorni c’è stata una solidarietà incredibile. Le divisioni lasciate dalla guerra erano sparite». La stessa generosità che spinge qualcuno a partire da Rovigo su un vecchio camion Alfa Romeo e a raggiungere la zona alluvionata per caricare una novantina di sfollati. Per fare defluire l’acqua è stato tagliata la Fossa di Polesella, un canale che unisce il Canale Bianco a Po. L’acqua si avvia a ritroso, incontra il camion che nella nebbia ha sbagliato strada e va incontro alla piena. Annegano in 84. E’ rimasto nella storia del Polesine come il «camion della morte» di Frassinelle, anche se ricostruzioni più recenti riducono a una quarantina il numero delle vittime.

«OCCHIOBELLO - dice Daniele Chiarioni, sindaco dal 1981 - aveva 6mila abitanti. Ne perse di colpo mille, la provincia di Rovigo ne perse centomila su 350mila, un terzo. Fu la grande emigrazione verso il triangolo industriale. Tanti non sono tornati. A Occhiobello, con i 12mila residenti di oggi, siamo in controtendenza. Adria aveva 35mila residenti e fatica ad arrivare a 20mila. Avevamo vissuto la prima grande tragedia dell’Italia del dopoguerra. E l’etichetta di alluvionati, ci è rimasta a lungo appiccicata addosso. Fastidiosamente. Ingiustamente».

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