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Meglio il diavolo di una volta

 CI SONO OGGETTI che anche agli occhi e nella sensibilità dell’ateo, dell’agnostico hanno un valore sacrale. Come per il tabernacolo, prezioso e insieme mistico, custode delle ostie. Perché i ladri che hanno profanato la chiesa di Regina Pacis a Monza e razziato la cassaforte della parrocchia con cinquemila euro e un computer hanno sentito anche il bisogno di scassinare due tabernacoli?

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Yara, solo lei puo' davvero aiutarci

ANCORA una volta soltanto lei è in grado di aiutarci. Lei, Yara. Perché oggi, come all’indomani del ritrovamento nel campo brullo di Chignolo d’Isola, solo quel piccolo corpo ferito e tormentato, solo quegli indumenti consunti da tre mesi di abbandono e intemperie, possono «parlare» e guidare la ricerca dell’assassino. Nel deserto delle indagini, nell’accendersi di effimere speranze seguite a breve da crudeli disillusioni, Yara può offire un aiuto. Perché Yara vive. Nelle investigazioni. Nel ricordo.

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Yara, fuga di notizie false

Fuggono notizie. Ma se le notizie sono false, sono bufale ingrassate, sono miraggi illusori, la loro che fuga è? E’ ’ultimo capitolo nell’odissea delle indagini sulla morte di Yara Gambirasio. Fascicolo aperto negli uffici giudiziari, ricerca dei reprobi che hanno soffiato notizie a giornalisti in caccia. Ma quali notizie, ci chiediamo?

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La bara con l'antifurto

Di questi tempi non si può star tranquilli nemmeno da morti. E allora ecco l’antifurto a prova di ladro di bare. Frutto della creatività italica (in questo caso di matrice bergamasca) scaturita da un’azienda di Caravaggio che propone una bara ultratecnologica, in grado di rilevare in tempo reale i tentativi di trafugamento con il monitoraggio continuo delle vibrazioni e di lanciare l’allarme alle forze dell’ordine attraverso un sistema Gsm-Gps. Si chiama Mike, questo feretro del futuro, punta avanzata della tecnologia funeraria.

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Milano, paura che cada il re

CORAGGIO, Maestà. Rimanga saldo in sella e non importa se il cavallo è bolso e gli acciacchi degli anni impediscono di sguainare il brando con l’antico vigore. Ci dicono, cara e baffuta Maestà, che la Sua statua in piazza Duomo a Milano sia instabile e questo blocchi il restauro del monumento, finalmente ripulito dalle ingiurie del tempo e da quelle dei piccioni. Aspettiamo. Del resto il di Lei monumento equestre è abituato ad avere vita travagliata.

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Polesine, 1951: 60 anni di paura

ERA il 14 novembre 1951 quando il grande fiume uscì dal suo alveo e invase il Polesine. Sono passati quindi 60 anni da quei tragici giorni. Alla fine si contarono centinaia di morti e migliaia di case distrutte. I testimoni rimasti raccontano di un’apocalisse che seminò terrore e devastazione. Allora erano bambini ma il ricordo resta indelebile e il racconto si mescola alla commozione di scene davvero dolorose. Dall’allarme dato da un appuntato dei carabinieri al fuggi fuggi verso luoghi più sicuri e irraggiungibili dalla furia delle acque.

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La giustizia puo' attendere

QUANDO la burocrazia l’ha vinta sulla legge. Quando il grottesco prevale sulla logica. Vero che l’età media della popolazione italica s’innalza. Vero che cresce l’aspettativa di vita. Ma non esageriamo. Una causa giudiziaria rinviata di qui all’eternità non è giusta, offende chi l’ha promossa convinto di esercitare legittime ragioni, ferisce quella che dovrebbe essere (ma lo è mai stata davvero?) la patria del diritto. È il 1980 quando, a Milano, il signor Recchioni, all’epoca 64 anni, viene tamponato mentre è al volante della sua auto.

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Quella voglia di dire no

NO ALLA discesa di soldi padani a Roma. Profumo di tempi antichi, della Lega ruspante e duramente di opposizione, fissati in manifesti consegnati alla storia politica e di costume, la gallina padana che attende di essere spennata e depredata delle uova d’oro. Invece è storia dei tempi nostri, delle nostre giornate milanesi scandite come quelle nazionali nel segno dell’incertezza. Parole di Matteo Salvini, capogruppo a Palazzo Marino, eurodeputato, giovane leader amato dalla base del Carroccio in questi giorni più che mai ribollente.

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Una speranza per Yara

C’È LA PISTA di un Dna. «Il cerchio si sta un po’ restrigendo», distilla uno degli inquirenti. Un filo, nel mistero grande di Yara Gambirasio. Un codice genetico (interessante o sospetto, non stiamo a distinguere) uscito quando, insieme con altri 4mila, è stato comparato con quello impresso dall’assassino sugli slip e i leggings della tredicenne di Brembate di Sopra. Punti in comune, quelli che la scienza chiama «loci». E di lì si è partiti per individuare il ceppo familiare da cui proveniva. Basterà?

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Tutti all'ipermercato. E pazienza per Yara

«Yara?». Sì, Yara. Il nonno con nipotino sgrana gli occhi, lascia che si perdano in una distesa formicolante di gente che festeggia in massa il primo giorno di apertura del centro commerciale Continente di Mapello. Non più il cantiere puntato dai cani molecolari, dei dubbi, dei sospetti, di lettere anonime che volevano che l’ultimo tratto della vita di Yara Gambirasio fosse transitato di qui.

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