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Radiohead, ecco perché ci piacciono tanto

Pubblicato da Matteo Massi Lun, 21/11/2011 - 16:22

Smarcarsi. Questa è la ragione d'essere dei Radiohead. Che poi è quella di tutte le band che non amano definirsi alternative, ma che amano essere etichettate così dagli altri. Giusto per segnare un confine netto. Ma perché piacciono così tanto i Radiohead? Sarà per l'aura che, giustamente, si porta dietro Thom Yorke. Non è un guru verboso, di quelli che possono versare chilometri di parole in un secondo. Ma le sue scelte radicali, talvolta radical chic, hanno sempre convinto più o meno tutti. I Radiohead non si sono mai girati su se stessi. Non si sono mai guardati l'ombelico per dire "quanto siamo belli e bravi", anche se un po' narcisisti lo sono. Ma l'accettiamo. Convivono con paragoni scomodi e ne escono indenni. Da sempre. Da quando svoltarono con "Ok computer" prima e con la doppietta elettronica "Kid A" e "Amnesiac" poi li accostarono ai Pink Floyd. Anzi qualcuno esagerò etichettandoli come i Pink Floyd del postmoderno musicale. Ma la vera mission per Thom e soci è stato sempre lo smarcarsi. Con un po' di fortuna - e involontariamente - lo fecero agli inizi della carriera. Quando nel 1992 uscì il singolo "Creep", in Inghilterra non si filava nessuno questa band di oxfordiani. Tutti a correre dietro agli Stone Roses e ai Blur, semi germinali di un brit pop che si sarebbe accesso soprattutto nella singolar tenzone tra la band di Damon Albarn e i nascenti Oasis. Per i Radiohead, almeno in Inghilterra, non c'era posto. Ma "Pablo Honey", il disco d'esordio che aveva molto poco a che fare con il Brit Pop, se non per la provenienza geografica, negli States piaceva e anche parecchio. Ma il vero salto di qualità, studiato a tavolino o no, questo non è dato a sapersi, arrivò nell'autunno del 1997. Tutti attendevano, con trepidazione, "Ok Computer", il terzo disco dei Radiohead. E tutti sapevano con sicurezza aritmetica che non avrebbe contenuto "ballatone" memorabili sullo stile del precedente lavoro "The bends". Andò proprio così. E quello smarcarsi dei Radiohead fu percepito da tutti immediatamente. La forma-canzone era rispettata, ma quel titolo che aveva inevitabilmente il suo fascino e un paio di pezzi che cominciavano a fare l'occhialino all'elettronica stabilivano in maniera netta che questo era il disco rock di fine secolo. Il ponte per gli anni zero e per il terzo millennio che sarebbe arrivato da lì a poco. E fu proprio così. In quegli anni non c'era nessuno che non inserisse quell'"Ok computer", pur non essendo filologicamente un concept album, nei dischi indimenticabili del vecchio secolo e indispensabili per il nuovo. Fu un disco di transizione diventato un classico in fretta. Ma per i Radiohead era doveroso smarcarsi di nuovo. E così sfidarono le leggi musicali dell'elettronica. Portarono all'eccesso il gusto agrodolce e straniante di "Paranoid Android" e venne fuori "Kid A". E tutti a gridare: ma questi non sono più quelli di "Creep" e delle ballatone strappapplausi e nostalgia di "The bends". Era solo l'inizio dell'evoluzione dei Radiohead. Altre tappe sarebbero arrivate dopo. C'era la crisi del disco, c'era lo smanettamento avido nel peer to peer per scaricare più mp3 possibili, quasi sempre a bassa qualità. Ecco la nuova sfida con "In rainbows" che, arcobaleni speranzosi a parte nel titolo, è un altro disco cruciale nella storia della band di Oxford. Quel disco si può comprare su internet, sul sito ufficiale della band. Ognuno può offrire quel che vuole, anche un maledetto euro. E ancora i riflettori accesi sui Radiohead e su quella capacità, senza alzare la voce, di far parlare di loro senza prendersi comparsate tv. Il tour di "In rainbows" è poi una diretta conseguenza. L'ecosostenibilità è un modello che vorremmo che oltre a essere esportato dai grandi, fosse anche seguito rigorosamente dagli stessi grandi. E i Radiohead danno l'esempio. Tour ecosostenibile: gli strumenti si trasportano con navi, treni (niente aerei), al concerto si va con i mezzi pubblici o a piedi (niente auto, niente inquinamento). Ecco perché i Radiohead (ci) piacciono sempre così tanto. E non è solo una questione musicale. Perché fanno sempre la scelta giusta al momento giusto. E' una questione di tempi. E' stato così anche per questo tour europeo che tutti attendevano con ansia dopo "The kings of limbs", l'ultimo disco ancora in attesa di essere decifrato. E il tour è arrivato. Quattro date italiane, quattro occasioni per ammirarli dal vivo, perché poi il live dei Radiohead, tralasciato ma non meno essenziale dei loro dischi, è un'esperienza  a sé. Che sembra scontato, ma non lo è. Destinati a far parlare di loro sempre, comunque e dovunque. Amati dal pubblico indie senza essere mai stati veramente indie. Amati dai puristi della tecnica, perché sono dannatamente bravi. Non faranno ancora volare un maiale, ma sono già entrati nel mito.  

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