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Come Steve Jobs ci ha cambiato la vita

Pubblicato da Matteo Massi Gio, 06/10/2011 - 13:30

One more thing. Era diventata ormai una frase familiare e appena Steve arrivava a pronunciare la parola one, in un millesimo di secondo, cresceva l'eccitazione. L'eccitazione nel sapere che cosa sarebbe venuto dopo. Perché quello che sarebbe venuto dopo, avrebbe sicuramente rivoluzionato tutto quello che c'era prima. Ci avrebbe convinto a comprare qualcosa che ritenevamo eccezionale, solo ascoltando le sue parole, prima ancora di toccare con mano il prodotto. Ma d'altronde una delle tante virtù di Steve Jobs e dei segreti del successo di Apple era proprio questo: convincerci che quello che avremmo comprato ci avrebbe rivoluzionato, rendendola più facile, la nostra vita. Una descrizione migliore per definire un guru non esiste. Jobs lo era. E Jobs lo sarà in qualsiasi posto sia finito ora dopo aver lasciato la vita terrena.

Ora, mentre scrivo sul mio Macbook, mentre ascolto le mie canzoni dal mio Ipod e mentro faccio scivolare le mie dita sull'Ipad per vedere quale sarà il prossimo tweet sulla morte di Steve, mi chiedo che sarà della Apple. L'Apple era l'impersonificazione di Steve Jobs e Jobs l'impersonificazione della Apple.  Non poteva essere altrimenti. Ha qualcosa di leggendario, di mitico e di molto cool l'esistenza breve, appena 55 anni, di Steve Jobs. E' un magico impasto di cose che, apparentemente, non c'entrebbero nulla se messe insieme: la controcultura e gli affari fino ad arrivare al concetto di consumismo che fa magari accaponare la pelle a qualcuno. Quell'impasto magico è difficile da spiegare. A meno che non ci si affidi proprio alle scelte di Jobs. Abbiamo ritenuto sempre Steve un fico. Uno che ci sarebbe piaciuto imitare, solo se ne avessimo avuto le capacità. Ci sarebbe piaciuto a 22 anni, in piena era hippie, inventare un computer servendoci di un "case". E ci sarebbe piaciuto ancora di più presentarci a un consiglio d'amministrazione dell'azienda che ci aveva cacciato, in pantaloncini corti, scarpe da tennis e barba incolta e diventare un istante dopo il nuovo ceo di quell'azienda. Anzi l'Iceo. E ci avrebbe fatto sentire quasi onnipotenti sapere che, dopo qualche anno e dopo aver superato qualche ostacolo, l'azienda che dirigevamo aveva un fatturato superiore addirittura a quello degli Stati Uniti d'America. Jobs sapeva che tutto questo ci piaceva e ci ha regalato un sogno che va coltivato, come nel suo ormai celebre discorso di Stanford ("Stay hungry, stay foolish"), ha stuzzicato i nostri desideri, ci ha lasciato intendere che chi aveva un Mac a portata di mano era un creativo, uno pieno di interessi e che sarebbe riuscito a fare tutto quello che avrebbe voluto. Ci ha convinto a rivoluzionare anche le nostre abitudini musicali: Itunes sembrava una scommessa perduta in partenza dopo il fallimento di Napster. Ma i suoi oggetti erano i più belli e funzionavano meglio e questo bastava a consolarci dopo aver dato un'occhiata all'estratto conto che indicava le ultime strisciate della carta di credito per un acquisto Apple. 

Mai separarsi dal proprio Iphone o dal proprio Ipad, o ancora di più dal proprio Ipod prima di uscire, erano alcune di quelle raccomandazioni  che non avevamo nemmeno il bisogno di appiccicare sul nostro frigo come facciamo invece, quando dobbiamo andare a pagare una bolletta o ricordarci di infilare in borsa la carta d'identità. Era un genio. Punto e basta.     

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