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Alta fedeltà Sorrentino: ecco il film della sua vita musicale

Pubblicato da Matteo Massi Lun, 10/10/2011 - 13:06

E' come se Rob Fleming, il 35enne proprietario di "Championship Vinyl", protagonista del romanzo di Nick Hornby "Alta fedeltà", si fosse messo dietro la macchina da presa e avesse girato un film. Probabilmente Rob avrebbe scelto come protagonista il Boss, Bruce Springsteen e avrebbe inserito come titolo del film e come colonna sonora un paio di pezzi memorabili del Boss. A cominciare da "Born to run". Ma Fleming, prodotto (nemmeno tanto poi) della fantasia di Hornby, fortunatamente non fa il regista e non si è mai messo dietro una macchina da presa. Chi fa il regista ed è venerato, in maniera legittima, in Italia come una rockstar della macchina da presa è Paolo Sorrentino. Tanto che Sorrentino, lasciandosi andare a qualche confidenza, aveva detto: "Se non avessi fatto il regista, probabilmente avrei fatto il musicista". Anche, in questo caso, fortunatamente ha fatto il regista. In questo week-end arriva nelle sale italiane il suo ultimo lavoro, il primo in terra americana, si chiama "This must be the place". Il titolo più che essere tutto un programma o una dichiarazione d'intenti è una canzone dei Talking Heads. E Sorrentino in un colpo solo riesce a realizzare almeno 4-5 sogni che aveva nelle testa. Tutti, chiaramente, da assiduo ascoltatore di musica. Il primo è già stato spiegato ed è appunto il titolo del film mutuato da una canzone della band di David Byrne. Poi è riuscito a convincere Byrne in persona a collaborare alla colonna sonora del film e il leader dei Talking Heads - che si siano sciolti non ha nessuna importanza, perché per Sorrentino e per tutti i calorosi fans vivono ancora - gli regala anche un cameo. Poi c'è il protagonista: un Sean Penn che vale la pena solo di essere ammirato per la sua mise molto dark, in cui sembra un clone di Robert Smith, il leader dei Cure. Fa la rockstar e ci regala una delle più belle e strafottenti battute che possano essere pronunciate. "E' lei che ha suonato con Mick Jagger?", gli chiedono e lui risponde: "No, è Mick Jagger che ha cantato con me".  Si chiama Cheyenne, la rockstar in questione alla ricerca dell'aguzzino nazista del padre, e Sorrentino in un fiero outing ha ammesso di essersi ispirato a Siouxie and the Banshees, altra passione musicale del regista. E poi, superregalo per i fan del folk o del nu-folk, c'è anche Mister Will Oldham, il signor Bonnie Prince Billy che regala un paio di pezzi nella colonna sonora. Per chi non lo conoscesse è quello di cui si è innamorato, musicalmente, un padre nobile del folk come Johnny Cash che gli ha coverizzato "I see the darkness". Ecco tutto questo per dire che tutta la musica che gira intorno a Sorrentino, da sempre, dai suoi ascolti giovanili, è finito in questo film che, chiaramente, non è solo un film sulla musica. Ma, probabilmente, è l'essenza stessa del suo lavoro da regista. Senza spingerci troppo indietro, ma senza dimenticare che nelle colonne sonore dei suoi film è riuscito a incastonare gemme degli Air, dei Lali Puna, dei Mogway, dei Notwist; nel suo precedente lavoro "Il Divo" ci regalò una delle scene più intense  ("i cadaveri eccellenti", da Falcone a Dalla Chiesa), giocando tutto sulla parte ritmica di "Toop toop" dei Cassius. Con "This must be place" fa un film ad "Alta fedeltà", riuscendo a creare un'attesa che sa già di evento.

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