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Tasse e tagli, la sfida finale

Pubblicato da Giuseppe Mascambruno Lun, 20/06/2011 - 12:00

NON sappiamo cosa dirà Bossi oggi sul pratone di Pontida. Ma è certo che due autorevoli ministri leghisti ieri hanno depotenziato non poco la grande attesa per il discorso del Senatur, sposando in pieno l’ultimatum che Cisl e Uil hanno lanciato al governo: «riforma fiscale subito o se ne vada». Poniamo pure che Bossi, aldilà dei toni, dei fucili e delle baionette, di Roma ladrona e di tutto l’armamentario propagandistico di cui è capace soprattutto quando il suo popolo, come in questa fase, mostra delusione e insofferenza, voglia comunque evitare la responsabilità politica e personale di affondare Berlusconi. E’ comunque evidente dalle anticipazioni dei suoi colonnelli più fidati che la Lega ha già deciso che sulle tasse, più che sulla baggianata del decentramento dei ministeri, si gioca l’ultima prova di appello per la sopravvivenza dell’attuale legislatura. E del proprio capitale elettorale. E così torna in ballo la madre di tutte le battaglie per la costruzione o il recupero del consenso: la possibilità sostanziale, prima ancora della volontà formale (e chi non ci sta?) di realizzare la «missione impossibile» di alleggerire la pressione fiscale senza fare la fine della Grecia. La patata bollente rimbalza da una mano all’altra del ministro Tremonti. Uomo che ha fatto del privato sussiego il miglior strumento di difesa del pubblico interesse. 

IL SUPERMINISTRO dotato di virtuosa antipatia che ha dimostrato fino a oggi di non temere l’isolamento politico, nel governo e nella Lega, per tenere faticosamente a galla la barca dei nostri conti pubblici, non ha certo bisogno dei pelosi richiami di Moody’s o delle altre agenzie di rating che, un giorno sì e l’altro pure, minacciano di declassare l’Italia nell’area dei Paesi meno credibili del mercato finanziario. Tutti cani da guardia che farebbero bene a spiegarci dov’erano quando intorno alle loro dorate cucce gli sciacalli della crisi prendevano a morsi l’economia reale e, con essa, la sicurezza sociale di mezzo mondo.

Tremonti, da tecnico, sa già bene di suo e lo ha ripetuto a gran voce che il Paese non si può permettere una manovra fiscale in deficit. Ma, da politico ambizioso, sa anche di avere in mano l’occasione della vita per capitalizzare il rigore che fino a oggi gli è costato più odio che apprezzamento nel Palazzo. E non a caso, quando si è trattato di segnalare un’idea per far quadrare il cerchio, ha indicato la strada più cara al sentimento popolare: il drastico taglio ai costi complessivi della politica. Perché sente che i tempi sono maturi: non è più solo un rumoroso gorgoglìo di quella che la casta liquida come pancia populista, ma il crescente moto civile di un Paese che sta scoprendo il protagonismo autonomo della cittadinanza attiva e nuove forme di rappresentanza in grado di spazzare via i vecchi schemi dei partiti con la velocità delle nuove tecnologie di comunicazione.

L’esito dei recenti referendum ha dimostrato che il consenso elettorale può serenamente smarcarsi dalle pretese di dirigismo ideologico di forze politiche che, per prime, stanno in piedi con il peggiore assistenzialismo statalista. Ieri sul «Corriere», Sergio Rizzo documentava che in dieci anni il finanziamento pubblico dei partiti è aumentato del 1.110 per cento, mentre gli stipendi pubblici nello stesso periodo sono cresciuti del 42 per cento. E che ogni italiano spende più del doppio di un tedesco e di un francese e trenta volte di più di un americano per mantenere un apparato sempre più lontano dai bisogni reali della gente.

Certo che il taglio ai costi della politica non può bastare da solo a liberare le risorse per ridurre le tasse. Ma chi non ha ancora capito che da qui comunque si deve partire è già fuori dalla storia.

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