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Questioni morali

Pubblicato da Giuseppe Mascambruno Lun, 04/07/2011 - 16:29

DICO SUBITO che mi dispiace che sia spuntato il nome di Catiuscia Marini, presidente della Regione Umbria, nell’inchiesta per corruzione e frode che ha travolto il manager targato Pd, Franco Pronzato, al centro di un presunto giro di mazzette per favorire appalti, in questo caso, legati al trasporto aereo. 

Mi dispiace fondamentalmente per due motivi: 1) ho avuto modo di conoscere di persona la Marini, negli anni in cui ho lavorato in Umbria, e ne ho conservato il ricordo, pur nella distanza di visioni politiche, di una persona perbene, 2) la Marini è una donna e sono dell’idea — ma questa è, a maggior ragione, un’opinione personale — che le donne resistono alle torbide tentazioni del potere molto più degli uomini. Come dimostrano anche le cronache recenti e la storia complessiva del rapporto tra corruzione e potere politico in questo Paese. E’ accettabile l’obiezione che si fa di fronte a questo dato, ovvero che sono una rarità le donne coinvolte, anche e soprattutto perché sono ancora poche le donne, per giunta giovani, al vertice di una casta tradizionalmente maschilista e gerontocratica. Ma io credo, aldilà della consistenza statistica, che ci sia una diversità, anzi una superiorità femminile, anche nella custodia del senso etico e del valore della responsabilità. 

TUTTO CIÒ PREMESSO, dico anche — e qui si entra nel merito politico della vicenda — ciò che non mi è piaciuto della legittima linea legale decisa dalla Marini in difesa della propria reputazione, pubblica e privata. Nell’annunciare querela per diffamazione a chi l’ha tirata in ballo per una presunta «dazione» da 20mila euro, la Marini aggiunge di ritenere «assolutamente clamoroso che sia venuto meno il riserbo istruttorio rispetto a un atto d’indagine che i magistrati inquirenti avrebbero compiuto nemmeno 24 ore fa». 

Stupisce che la governatrice si stupisca delle fughe di notizie legate a inchieste giudiziarie, quando ormai queste sono diventate una prassi e il principale strumento di lotta politico-mediatica. E stupisce ancora di più che lo faccia un’autorevole esponente della sinistra, aggregata al Pd, a proposito di un’indagine che investe figure di spicco e di fiducia del vertice del partito come Pronzato, amico dichiarato (e ricambiato) di Bersani e D’Alema.A meno che non si voglia far passare l’idea che il colabrodo delle intercettazioni giudiziarie sia un esemplare strumento di controllo democratico quando sotto scopa ci sono gli avversari politici e un esecrabile lesione al garantismo quando gli effetti piovono in casa propria.

LA «QUESTIONE morale», di antica memoria e sempiterna attualità, è per l’appunto una questione che riguarda tutti. E che segnala, forse prima ancora dello scadimento etico della politica e dell’uso personale del potere, la muffa culturale di schematismi a cui gli italiani non credono più. E soprattutto non sopportano più. Perché gli italiani ormai sono più avanti di chi ha ancora la pretesa di rappresentarli, non ne possono più di una classe politica che continua a dimostrare di avere in cima alle proprie preoccupazioni solo la difesa dei propri interessi. E non è necessario sconfinare nel penale, basta e avanza già la comune tutela corporativa di chi non intende fare un minimo passo indietro, come emerge evidente anche da una manovra finanziaria che annuncia ancora una volta sacrifici per tutti i cittadini meno che per gli inquilini del «Palazzo».giuseppe.mascambruno@lanazione.net

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