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Il remake di Parma

Pubblicato da Giuseppe Mascambruno Dom, 26/06/2011 - 12:17

Giovedì si riunisce il consiglio dei ministri per quello che qualcuno, in preda forse a eccessivi entusiasmi, ha già definito il «D-Day» dell’assalto al Bengodi della Casta. Giulio Tremonti, il ministro mani di forbici, sta mettendo a punto la manovra di tutela dei conti pubblici e di revisione fiscale contenente anche un allettante pacchetto di tagli ai costi della politica. Che, almeno nelle intenzioni, dovrebbe dare una prima risposta all’indignazione, ormai incontenibile nel Paese, nei confronti di prebende e privilegi. I media, vecchi e nuovi, offrono a ritmo quotidiano le schede delle vergogne di Palazzo. Sulla posta elettronica si moltiplicano le «catene di Sant’Antonio» del mal di pancia popolare che, attraverso staffette digitali, chiedono via mail adesioni alla raccolta di firme per un eventuale referendum anti-Casta. Che, visti i successi delle ultime consultazioni, sarebbe molto temibile da affrontare per la classe politica. Ormai è chiaro a tutti, persino a chi stracampa di poltrone e potere da una vita e che, in perfetta sintonia bipartisan, ha sempre difeso con le unghie e con i denti i vantaggi della categoria, che non è più possibile presentarsi al Paese e chiedere nuovi sacrifici senza aver dato almeno una modesta prova di buon esempio. ANCORCHÉ non risolutiva negli effetti contabili su un bilancio dello Stato di fragilissima costituzione, per giunta chiamato a salire sul ring contro i Tyson della speculazione internazionale che ci tiene alle corde e magari punta a metterci al tappeto come la Grecia, la sforbiciata di Tremonti avrebbe un enorme valore simbolico. Un sano ricostituente per avviare un processo di più ampia bonifica morale della politica. Perché all’eliminazione o comunque alla significativa riduzione dei privilegi, deve essere accompagnata anche una profonda riforma che restituisca dignità e credibilità all’amministrazione della cosa pubblica. A Roma come in periferia, contaminate entrambe dal riesplodere di corruzioni e collusioni col malaffare. Venerdì scorso, a Parma, centinaia di cittadini hanno affollato l’atrio del palazzo comunale, invocando le dimissioni del governo locale dopo aver visto in tv le riprese del giro di mazzette scoperto dagli investigatori per appalti pilotati nell’urbanistica. Lanci di monetine al grido di «ladri, ladri!», remake delle immagini che, più o meno vent’anni fa, raccontarono l’agonia e la morte della prima Repubblica. Quella che allora si definì la «questione morale» torna in tutta la sua fetida attualità attraverso il moltiplicarsi di inchieste che la magistratura ha aperto in altrettanti comuni, comprese città a noi più vicine come Lucca. OVUNQUE accade quel che si è visto a Parma, ma è evidente che il fuoco della protesta cova sotto la cenere di un’apparente rassegnazione. Si taglino i costi della politica che investono soprattutto parlamentari e consiglieri regionali, ma si colga l’occasione del vento favorevole anche per riformare le norme che assegnano una discrezionalità assoluta ai potentelli di provincia in materie ad alto rischio di bustarella. Di cricche questo Paese non ne può più. giuseppe.mascambruno@lanazione.net

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