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Il pensiero ai giovani

Pubblicato da Giuseppe Mascambruno Dom, 15/05/2011 - 00:51

OGGI E DOMANI si vota. Del valore politico nazionale, di umore quasi referendario, che maggioranza e opposizione assegnano a questa scadenza elettorale amministrativa avete già visto, sentito, letto, sapete in abbondanza e vi sarete già fatta un’opinione. Anche se i sondaggi hanno segnalato fino all’ultimo un’altissima percentuale di indecisi che scioglieranno i propri dubbi solo poco prima di entrare in cabina. 

 

Ma proprio per questo, vale la pena di rimettere bene a fuoco il vero, sostanziale, obiettivo della consultazione che chiama oltre 12 milioni di cittadini (un milione dei quali, più o meno, in Toscana, Umbria e provincia di La Spezia) a scegliersi sindaci e presidenti di provincia. Ovvero donne e uomini che, per i prossimi cinque anni, avranno la quota di responsabilità più importante nel governo del territorio. Ma anche e soprattutto del rapporto istituzionale che interpreta nella forma più diretta, e quindi efficace, la percezione quotidiana, il sentimento fiduciario, l’etica dunque, che il cittadino ha della cosa pubblica. Mediatori di un tempo difficile, costretti a coniugare i permanenti effetti depressivi della crisi economica con il desiderio prorompente di un nuovo percorso di speranza nel futuro.

UN DESIDERIO che, non solo per contratto anagrafico, anima soprattutto le giovani generazioni. Come si avverte (invano) da molto, troppo tempo ormai. Testimoni di un disagio compostamente esploso anche al convegno «Crescere tra le righe» che, venerdì e sabato, in terra di Siena nella tenuta della Bagnaia, ha celebrato i dieci anni di vita della straordinaria esperienza civile promossa da Andrea Ceccherini. E che oggi consente a quasi due milioni di studenti italiani di formare e irrobustire la propria coscienza civica attraverso la lettura dei quotidiani in classe. L’elemento chiave emerso dal confronto tra i ragazzi e alcuni tra gli esponenti più in vista dell’attuale classe dirigente politica, economica e culturale del Paese è e resta l’urgenza di liberarsi dalla camicia di forza di un sistema bloccato da caste di potere che impediscono il ricambio generazionale. 

LA DIAGNOSI è ormai così palese e condivisa che sono gli stessi vertici della piramide a sollecitare un maggior protagonismo dei giovani, nella forma anche della democratica ribellione. Diagnosi chiara, ma terapia tutt’altro che semplice. E non è solo una questione di soldi, di risorse pubbliche sulle quali — come ha energicamente ricordato a Bagnaia il ministro Tremonti — bisogna, e soprattutto bisognerà, fare sempre meno affidamento. Centrale, strategico, vincente diventa dunque un processo di nuova responsabilità del mercato e dell’impresa. Ma che, a maggior ragione sul piano pubblico, sollecita in via ultimativa l’impegno del buon esempio e dell’azione coerente.

I candidati che oggi e domani si contendono il consenso degli elettori non a caso hanno caratterizzato fortemente i loro programmi — le promesse dicevamo una volta — con politiche di sostegno all’istruzione e formazione e all’accesso al lavoro. Si sa che su questo terreno si gioca gran parte del successo nel recupero di consenso di una generazione avvilita da un cupo senso di precarietà. A patto che non si scherzi con il fuoco dell’ennesimo inganno. L’aria che tira nel rapporto fiduciario tra eletti ed elettori è da ultima spiaggia. E i giovani non appaiono più disposti a farsi prendere in giro.

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giuseppe.mascambruno@lanazione.net

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