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Il calesse della morte

Pubblicato da Uberto Martinelli Mer, 19/01/2011 - 14:03

E' una giornata di sole nel Pakistan nord-occidentale. L'aria fredda del mattino scende dalle vicine montagne, il sole comincia ad innalzarsi all'orizzonte, le strade sono affollate. Il calesse si avvicina verso la scuola di Saddar, un sobborgo di Peshawar. Il cavallo trotta sul terreno sconnesso, i bambini che sono a bordo chiacchierano, ridono, scherzano tra loro. "Siamo arrivati"  annuncia il vetturino, tirando le redini e fermandosi davanti all'istituto scolastico. Non riesce ad aggiungere altro: una bomba di cinque kg, nascosta sotto il calesse, esplode con un comando a distanza. L'uomo e il cavallo muoiono sul colpo, mentre undici bambini, di età compresa tra i cinque e gli otto anni, e quattro passanti riportano gravi ferite.

Le immagini che giungono da Saddar sono talmente devastanti e intollerabili che rendono muti, attoniti, oppressi da un peso insopportabile. Bambini bruciati, anneriti dall'esplosione, la carcassa del cavallo riversa sulla strada come un pezzo di carbone gettato via, con i finimenti a metri di distanza, ridotti a brandelli dall'esplosione. Uomini e donne che guardano la scena, qualcuno piange, una vecchia grida con le braccia alzate verso il cielo. Il silenzio cala sul sangue, sull'odore dolciastro di fumo, sui vetri infranti della scuola. Morte, distruzione, rabbia impotente, cupa rassegnazione.

L'orrore non ha mai fine. Non conosce pietà, non ha confini geografici, non ha coscienza, non ha memoria. L'obiettivo è terrorizzare, distruggere, annientare i corpi, le menti e le anime di tutti, compresi un gruppo di bambini e un cavallo. Bambini e animali, l'ultimo simbolo di un'innocenza perduta che la specie umana sta distruggendo lentamente, senza fretta, con ineluttabile ferocia e determinazione. Bambini, quindi il futuro, noi stessi proiettati nel domani. E un cavallo che tira un calesse, ovvero un essere vivente che abbiamo trasformato in un servo a quattro gambe, fedele, frugale, destinato a un futuro di fame, fatica, dolore, allietato solo dalle risa dei bambini.

E' una giornata di sole nel Pakistan nord-occidentale. Ad un tratto si alza un vento leggero che porta via tutto, lacrime, dolore, morte, confondendosi con la polvere. Restano solo le nostre coscienze, nere come il corpo di quel povero cavallo rimasto sul ciglio della strada, sanguinanti come le ferite di quegli undici bambini.

  

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