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La top model somala Waris Dirie: "Chiedo aiuto al Papa per salvare le bambine africane dall'infibulazione"

Pubblicato da Rossella Martina Sab, 16/10/2010 - 17:30

RIMINI - Lo ha raccontato nei suoi libri - “Fiore del deserto” e più di recente “Lettera a mia madre” (Garzanti) - ma la sua vita è una fiaba e come tutte le fiabe non ci stanca mai di ascoltarla. Una fiaba post-moderna che non contempla un lieto fine perché anche se Waris Dirie è stata una delle più celebrate top model degli anni Novanta e oggi è ambasciatrice Onu e grazie alla sua fondazione ha salvato centinaia di migliaia di bambine dall’orrore dell’infibulazione e della mutilazione genitale, questa bellissima Cenerentola somala divenuta principessa della moda non può dirsi felice.La perseguitano le sue radici, la fa soffrire il rapporto impossibile con la madre malata, la tormentano i ricordi di un’infanzia che forse non è mai neppure cominciata. E la consapevolezza del dolore in cui vive l’Africa e soprattutto le bambine africane.Nata in un villaggio del deserto del Corno d’Africa in una famiglia nomade, dodici fratelli, ha subito l’offesa indelebile dell’infibulazione (la ‘cucitura’ di una parte dei genitali) a cinque anni. A tredici è stata venduta dal padre a un uomo di sessanta anni. In cambio di cinque cammelli.Ho incontrato Waris Dirie  a Rimini alla XXXVI edizione delle Giornate Internazionali di studio del Centro Pio Manzù. “Challenge 21” ovvero la sfida del XXI secolo, più precisamente le sfide: sei grandi temi scelti dal comitato scientifico del centro guidato da quel personaggio straordinario che è Gerardo Filiberto Dasi, segretario generale e anima fervente della manifestazione riminese. Sei grandi problemi del nostro pianeta e fra questi anche la cosiddetta ‘questione femminile’ che riguarda l’intero globo per quanto in modi profondamente diversi a secondo delle aree. Se da noi si parla (si parla soltanto, però) di quote rosa in politica o della difficoltà delle donne di accedere a ruoli dirigenziali, in Africa e in Medio Oriente e altrove, le ingiustizie di cui sono vittime le donne sono di ben altra natura.Lo ha provato sul suo corpo Waris Dirie, ancora oggi di una bellezza divina che toglie il fiato a uomini e donne. - Era una bambina, non era mai stata a scuola, non sapeva nulla, è stata venduta come molte sue coetanee eppure lei ha trovato la forza di fuggire: che cosa l’ha spinta a rifiutare il suo destino, addirittura di andarsene a Londra? Da chi o da che cosa è stata aiutata?“Sono solo fuggita dalla paura. Prima a Mogadiscio, ho lavorato in un cantiere come muratrice, poi come domestica. E come domestica sono partita per Londra: in aereo, terrorizzata, per la prima volta in vita mia ho visto un bianco!”.A Londra fa la cameriera, lava i pavimenti in un McDonalds, decide di frequentare una scuola per immigrati per imparare a leggere e a scrivere. Poi l’incontro con un fotografo che la spinge a posare. Ed è il successo internazionale, la passerella del mondo. Testimonial per grandi case di cosmetici, calendario Pirelli. Poi la decisione, nel ’97, di lasciare il luccicante universo della moda per dedicarsi alla lotta contro l’infibulazione.- Quante sono le donne, le bambine, le ragazze, nel mondo che subiscono questa atrocità? “Sono almeno 115 milioni, 150 secondo l’Onu. La mutilazione genitale viene praticata in 28 paesi dell’Africa”.- E’ una questione religiosa o è la pratica di un certo tipo di cultura?“Non è religione, non è cultura, non è politica: è un reato contro l’umanità praticato su bambine piccolissime, di due, tre, cinque anni. E sono venuta in Italia perché da qui posso chiedere e forse sperare di essere ascoltata dal Papa: vorrei il suo sostegno, il suo aiuto, vorrei che parlasse pubblicamente contro l’infibulazione, contro questa orrenda pratica. Per noi sarebbe molto importante. La parola di papa Ratzinger potrebbe accendere i riflettori su questo eccidio di innocenze e avere un risvolto planetario”.- E per il suo paese, la Somalia, martoriata dalla guerra che cosa vorrebbe?Waris si accende, si agita sulla sedia, sorseggia nervosamente un té e riprende con una passione che trascina: “Nessuno si occupa della Somalia ma io vorrei dire all’Onu, all’Occidente e a tutto il mondo, che c’è un popolo che sta morendo di guerra, vorrei dire che non ci sono solo l’Afganistan, l’Irak o il Darfour. Ma noi non suscitiamo l’interesse di nessuno e il mio popolo vive nel terrore, nella miseria, vittima di quelli che chiamate i Signori della guerra. Oh, non ci abbandonate: le faide delle tribù e dei clan non finiranno mai se qualcuno non viene in nostro aiuto”.  

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