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Intervista alla filosofa (e quattro volte madre) Francesca Rigotti / Quando le donne partoriscono figli e idee

Pubblicato da Rossella Martina Lun, 19/09/2011 - 12:05

Da millenni gli uomini sostengono la rigida divisione dei ruoli per cui essi, uomini, sono addetti a partorire idee, mentre le donne sono addette a partorire figli. Lo hanno sostenuto nei secoli centinaia di filosofi, di teologi e di scienziati e ancora oggi, per quanto non la si espliciti così rozzamente, è questa per molti ancora una Legge di Natura (basta rileggere la ‘Mulieris dignitatem’ di papa Giovanni XXIII ma anche alcuni recenti saggi di insospettabili intellettuali).

 Ora che le donne per legge di natura (e almeno per il momento) siano coinvolte nella procreazione più degli uomini, nessuno lo contesta, ma che questo impedisca loro di essere procreative anche nel campo del pensiero e dell’arte è con evidenza una sciocchezza straordinariamente persistente. E pensate quanto la cosa possa apparire assurda e vieppiù irritante a una filosofa come Francesca Rigotti – dell’argomento ha parlato al FestivalFilosofia che si è concluso ieri a Modena Carpi e Sassuolo – che insegna concetti e metafore della politica all’Università della Svizzera italiana a Lugano e che per giunta ha quattro figli.

<!--[if !supportLists]-->-         <!--[endif]-->Professoressa Rigotti, partiamo da un dato di fatto: al FestivalFilosofia di quest’anno su cinquanta lezioni magistrali solo cinque sono state tenute da donne. Le donne sono per natura meno adatte a concepire idee astratte?

<E’ quello che è stato detto fin dai primordi della filosofia confidando sulla presunta incompatibilità tra astrazione e concretezza. Eppure si potrebbe facilmente rispondere che astrarre significa semplificare la complessità, ridurre le molteplici possibilità a scelte dicotomiche e principi generali. La concretezza richiede invenzione di alternative, richiede di guardare da vicino a quel che avviene , rifiutare la chiusura, inventare opzioni, dunque grande creatività. Provino i filosofi astratti ad avere figli piccoli e a far cessare i loro pianti riducendoli a principi generali… L’esperienza di madre sviluppa grandi capacità intellettuali, giudizi, valori e attitudini metafisiche>.

<!--[if !supportLists]-->-         <!--[endif]-->Un’ingiustizia millenaria quella che allontana le donne dalla filosofia, eppure si potrebbe dire che la filosofia è nata grazie a una donna: mi riferisco alla madre di Socrate.

<Sì, come molti sanno Socrate è figlio di una levatrice, Fenarete. Lo stesso Socrate ce lo racconta attraverso Platone, nel Teeteto, affermando di dedicarsi alla stessa attività di Fenarete, la maieutica, il ‘trarre fuori’, il far venire alla luce: “La mia arte... rassomiglia – dice Socrate -  a quella delle levatrici, ma ne differisce in questo, che opera sugli uomini e non sulle donne, e provvede alle anime partorienti e non ai corpi”. Fenarete entra sulla scena della filosofia, le fornisce la tecnica e il vocabolario, e poi viene fatta accomodare fuori e per sempre>.

<!--[if !supportLists]-->-         <!--[endif]--> Ma nonostante questo in tanti secoli i filosofi non sono mai riusciti a creare un vocabolario filosofico e non solo filosofico, alternativo. Sono ancora debitori di Fenarete.

<Tutti noi lo siamo anche se spesso non ce ne rendiamo conto. Diciamo ‘partorire’ un’idea, le idee ‘nascono’ o vengono ‘concepite’.  Parliamo di ‘abortire’ un’idea, ‘nutrirla’, ‘alimentarla’. Abbiamo progetti ‘in embrione’, menti ‘fertili’, riflessioni ‘pregnanti’ che hanno avuto lunghe o brevi ‘gestazioni’, magari ‘travagliate’, pensieri in fase di ‘incubazione’ o ‘germinati’ da chissà quale ‘seme’. Lo stesso ‘concetto’ deriva da ‘concepire’. Però poi all’idea finalmente ‘venuta alla luce’ si attribuisce una ‘paternità’, mai una ‘maternità’>.

<!--[if !supportLists]-->-         <!--[endif]-->Insomma: le donne molto più contigue alla filosofia di quanto non dica.

<O la filosofia molto più contigua alle donne. Più correttamente direi che il pensiero, la filosofia, lo studio, l’arte, la musica appartengono all’umanità, agli uomini e alle donne in egual misura. E al contrario di quello che hanno sostenuto anche molte pensatrici in passato, l’avere figli non impedisce di avere idee, non impedisce il lavoro intellettuale. Ovviamente è necessario organizzarsi, io per molti anni, quando i miei quattrofigli erano piccoli, ho diviso la giornata in fasce orarie: la mattina dedicata allo studio, il pomeriggio ai bambini. Ma il problema dell’organizzazione riguarda anche gli uomini. Vico racconta nella sua autobiografia quanto fosse complicato lavorare ‘tra lo strepito’ dei suoi figli>.

<!--[if !supportLists]-->-         <!--[endif]-->Ma l’eroina delle filosofe-mamme è Elizabeth Anscombe di cui lei parla nel saggio “Partorire con il corpo e con la mente” uscito da Bollati Boringhieri.

<La Anscombe, allieva di Wittengstein, una delle figure di spicco della filosofia anglosassone del XX secolo, aveva sette figli. Paul Feyerabend racconta così una visita a casa sua: “La mattina iniziò con un’esplosione: i bambini avevano invaso la stanza dove dormivo e giocavano alla guerra… Era possibile trovare tracce di marmellata, spiccioli, pagine di manoscritti nei posti più impensati: e in mezzo a tutto ciò Elizabeth, con aria distaccata, che fumava come una ciminiera>. E mangiava scatolette di tonno a lezione e seguiva le tesi dei suoi studenti a casa sua in mezzo a pannolini e giocattoli. Giunse persino a discutere coi colleghi di questioni filosofiche in vestaglia: li ricevette a casa il giorno dopo aver partorito!>.

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