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Intervista a Dominique Lapierre / Il Sudafrica che non abbiamo mai conosciuto

Pubblicato da Rossella Martina Dom, 26/10/2008 - 20:09

I proventi del libro andranno come sempre alla Fondazione che porta il suo nome e che opera a favore dei bambini dei lebbrosi di Calcutta, tuttavia è una realtà diversa dall’indiana quella indagata stavolta da Dominique Lapierre. Dopo un lavoro di ricerca durato tre anni, lo scrittore francese è in Italia per presentare “Un arcobaleno nella notte” (Il Saggiatore), un saggio dedicato alla storia del Sud Africa. Il Sud Africa: credevamo di sapere quasi tutto a riguardo e invece leggendo questo libro scopriamo che non sapevamo quasi nulla, più nulla che quasi. Come ogni lavoro di Lapierre “Un arcobaleno nella notte” si legge come un piacevole romanzo, ma è invece la storia magnifica e terribile di un paese lontanissimo dall’Europa e al tempo stesso molto vicino, molto più vicino di qualsiasi altro paese africano. - Monsieur Lapierre, prima di tutto ci dica come è arrivato in Sud Africa. “Abbastanza casualmente. Un amico mi ha presentato Helen Liebermann, una donna straordinaria che da molti anni lavora a Città del Capo in favore dei bambini dei ghetti neri. Un’attività per la quale ha rischiato più volte la vita. Ho pensato che la sua esistenza meritasse di essere raccontata, ne volevo fare un libro. Sono stato a Città del Capo a visitarla, a vedere con i miei occhi il suo lavoro e lei ha cominciato a portarmi in giro, a mostrarmi la città. A un certo punto mi fa vedere la statua di un tizio, Jan van Riebeek, e mi spiega che questo uomo arrivò lì dall’Olanda nel 1652 con l’incarico di coltivare verdure in modo che gli equipaggi delle navi olandesi che andavano in Oriente potessero fermarsi lì e fare rifornimento di ortaggi, di vitamine, per evitare lo scorbuto... è l’inizio della storia complessa del Sud Africa. Ho capito che anche questa meritava di essere raccontata e l’ho fatto”. - Dopo Riebeek arrivarono altri olandesi, ma anche tedeschi e francesi ugonotti che sfuggivano alle persecuzioni religiose in Europa. “Purtroppo, dopo la fuga dall’Europa, anche in fondo all’Africa la vicenda di questo gruppo di uomini e di donne è stata un’odissea. Prima di essere dei persecutori, quali diventeranno nel Novecento, i loro avi sono stati dei perseguitati. Hanno dovuto combattere, contro gli inglesi e contro tribù indigene, strappare con il sangue ogni singolo pezzo di terra. Hanno subito ogni genere di ingiustizie e di orrori. Per questo fin dall’inizio essi si isolano rispetto agli indigeni, ma non vogliono essere nemmeno olandesi, né europei, si definiscono afrikaaners, parlano l’afrikaans, cercano disperatamente una loro identità che non abbia legami col passato, si rifanno soltanto al Dio della Bibbia, si proclamano popolo eletto, e quella sudafricana diventa la loro Terra Promessa”. - Tra Sette e Ottocento si costruisce questa formidabile coscienza collettiva che genera un’abnorme paura di contaminazioni e quindi una chiusura nei confronti del mondo esterno sempre più esasperata... “Sono le radici dell’apartheid, non giustificano l’apartheid ma permettono di comprendere meglio la storia di questa comunità. L’apartheid è stato creato attraverso una lunga e infame serie di leggi a partire dal 1948, prima di allora in Sud Africa c’era una diversità di fatto di vita tra bianchi e neri, ma niente era codificato. La follia dell’apartheid è nata e cresciuta su ispirazione del nazismo ma molto dopo la fine di questo”. - Oltre quarant’anni di buio illuminato solo da alcune personalità di cui, appunto, lei parla nel suo libro. “Oltre a Helen Liebermann, c’è stata la luce portata da Christian Barnard, il cardiochirurgo che ha fatto il primo trapianto di cuore e che mentre faceva questo usava il suo ‘potere’ per curare anche i non-bianchi come venivano chiamati neri, mulatti, indiani e tutti gli altri che appunto formano l’arcobaleno sudafricano. Su tutti però brilla la luce di Nelson Mandela, è un uomo unico nella storia, grazie a lui secoli di guerre e di odio e di persecuzioni e vendette, si sono potute risolvere senza un bagno di sangue, un esito che in Sud Africa sembrava quasi un destino. Ci vorrebbe un uomo come Mandela anche in Israele e in Palestina”. - Ma lei lo ha incontrato Mandela? “Ancora no, mentre ero in Sud Africa lui si stava curando per un cancro in ospedale, però abbiamo programmato i incontrarci a Natale, gli porterò “Un arcobaleno nella notte” in francese, in italiano, in inglese e in spagnolo e gli dirò che racconta una grande storia d’Amore: la sua”.

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