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Simena: case in pietra di seimila anni fa, ma col wi-fi

Pubblicato da Mario Palumbo Ven, 01/07/2011 - 15:42

Usciamo da Kastellorizo dopo aver salutato Angelos: non solo si è dimostrato un bravo cuoco (ottima la sua ricciola ai ferri!), ma anche un ospite generoso e ci ha concesso di allacciarci alla sua rete elettrica e ci ha fatto riempire i serbatoi dell’acqua. Servizi che magari si è ripagato gonfiando un po’ i conti della cena, ma non importa, in fondo la sua economia è fatta di due, tre mesi l’anno e i prezzi sono comunque molto lontani dalla media italiana. Inoltre noi rappresentiamo i turisti stranieri che arrivano a bordo di uno yacht. E’ uno stereotipo ingannevole: girare in barca a vela è uno dei modi più economici di viaggiare, anche perché, per fortuna, nessuno ha ancora messo tasse sul vento. Se si spende un po’ troppo pagando un ormeggio in un marina o per cenare al ristorante, bastano un paio di giorni in rada per rientrare nel budget prefissato. In baia, poi, generalmente si sta più freschi che in porto e la cucina di bordo del Nirvana, grazie a Nirvana, è degna dei migliori ristoranti italiani.

Subito prima di noi è partito un Hallberg Rassy 42 battente bandiera tedesca con a bordo una coppia di pensionati inglesi. Sono circa un miglio davanti a noi e viaggiano con il genoa in parte rullato, anche se il vento è di circa 12 nodi soltanto. Nirvana, con il genoa tutto aperto, ben presto raggiunge la barca più lunga (la nostra è di 38 piedi) e la supera incrociandola a poppa. Procediamo su rotte diverse; noi restiamo al largo della costa che è sottovento, loro sono molto più vicini a terra. Evidentemente conoscono qualche scorciatoia perché dopo aver doppiato un isolotto ci ritroviamo l’Halleberg Rassy nuovamente davanti a noi. Procediamo per un po’ su rotte parallele poi ci dividiamo: noi puntiamo a Sud Est, verso la baia dove sorge l’isola di Kekova, uno dei luoghi magici dell’antica Licia, uno dei più frequentati della Costa Turchese della Turchia. Gettiamo l’ancora di fronte al villaggio di Kalekoy (l’antica Simena) e ci mettiamo alla ruota di fianco ad una barca di francesi. Con il gommone raggiungiamo a remi il pontile del ristorante Likya e chiediamo se possiamo ormeggiarci. Affermativo. A Kalekoy si arriva solo dal mare e lungo la riva rocciosa sorgono diversi ristorantini con pontile. Al passaggio degli yacht i camerieri si sbracciano per far attraccare. Ormeggiamo di prua, sfiorando con il musone dell’ancora un tavolino. Fa caldo e ci spaparanziamo su un divano sorseggiando birra e Coca cola ghiacciate. Più tardi, quando la temperatura si fa più sopportabile, con il secondo di bordo inizio la scalata verso il castello di epoca bizantina che sorge alle spalle del villaggio e lo domina dall’alto. La strada è tutta di gradini scavati nella roccia, uno diverso dall’altro e la salita è faticosa. Il villaggio è un miscuglio incredibile di antico e moderno: le abitazioni occupate sono edificate utilizzando le antiche mura della città nata quattro secoli prima di Cristo. Un muraglione antico di grandi pietre scalpellate, sopra ad esso un muro di mattoni e al posto delle finestra un grande foglio di cellophane. Più sopra la parabola satellitare. Dalla casa, mista antica-moderna, esce la voce di un televisore. Un villaggio dell’età della pietra con infiltrazioni di modernità, abitato da un popolo del mare. Arrivati in cima al castello godiamo di un panorama mozzafiato. Sulla parte ovest della collina si scorgono, in mezzo a bassi cespugli ed olivastri, centinaia di tombe a sarcofago di origine Licia; sembra di aver fatto un tuffo nel passato. Torniamo giù al ristorante per la cena. Un paio di ragazze, che conducono un barchino con fuoribordo con l’abilità con cui una ragazza italiana si muoverebbe in motorino, cercano di vendere parei ornati di conchiglie alle barche ormeggiate ai ristoranti o alla fonda in baia. Dopo cena, con il computer mi collego ad internet. Perché anche nei villaggi in cui le case risalgono (almeno in parte) a seimila anni fa ci sono i collegamenti wi-fi.

L’indomani molliamo gli ormeggi dal molo del ristorante Likya e ci spostiamo un po’ più a sud in una baia che il portolano di Nello giudica una buon punto d’ancoraggio, protetto dal Meltemi, che a volte arriva a soffiare fino a qui. Un evento piuttosto raro in questa stagione. La baia è divisa da un lungo isolotto. Nirvana getta l’ancora e il nostro comandante procede in retromarcia. Quando la poppa è ad una trentina di metri dagli scogli, mi tuffo con la cima da legare a terra. La lego attorno ad uno spuntone di roccia e il comandante la mette in trazione dalla barca. Comincia a soffiare un fastidioso vento al traverso e Nello decide che è opportuno legare una seconda cima, angolata rispetto alla prima. La leghiamo ad un anello di roccia e la mettiamo in trazione. Nirvana ora è perfettamente immobile: le due cime lavorano alternativamente, ora una, ora l’altra. L’acqua è calda e restiamo a mollo volentieri.

Sbang! La seconda cima ha ceduto ! La recupero e nuoto verso la riva: scopro che non è stata la cima a cedere, è stato l’anello scavato nello scoglio! La rilego ad una roccia più consistente. Risalita, breve doccia con l’acqua dolce della tanica alloggiata sulla plancetta di poppa e ci mettiamo a tavola. Ad esibirsi come cuoco è il comandante Nello: il sugo all’amatriciana è una delle sue specialità. E per la cena ha in serbo una sorpresa.

Ci rilassiamo dormicchiando all’ombra del tendalino cullati dal dondolio di Nirvana. Accanto a noi attracca una barca con l’Union Jack a poppa: è una di quelle barche che gli inglesi definiscono "blue water", barche d’altura, quelle che navigano dove l’acqua è più blu. E’ in acciao, color crema, con una riga verde lungo la fiancata, molto bella, ma soprattutto ben attrezzata. Anche gli inglesi, con flemma tutta britannica, legano una cima a terra. Lo fanno con calma: prima mettono in acqua il tender, un gommone di piccole dimensioni ma con la carena in vetroresina, poi l’uomo (a bordo è la solita coppia un po’ in là con gli anni) raggiunge a remi la scogliera, lega la sua cima restando a bordo del gommone, poi torna a bordo della sua barca a fissare e tendere la cima.

In mezzo alla rada è ormeggiata, alla ruota, quindi senza cime a terra, una barca più piccola (non mi pare arrivi ai nove metri) battente bandiera danese; a bordo le immancabili biciclette.

Arriva l’ora di cena e si appalesa la sorpresa di Nello, cuoco-comandante: fagioli con le cotiche di prosciutto!

"Alla Bud Spencer", spiega Nello. Oddio, forse non è il piatto tipico delle serate di fine giugno lungo l’assolata costa Turca, ma sono davvero eccellenti e spariscono in un attimo sotto lo sguardo corrucciato e pietoso di Trissi che vorrebbe partecipare alla festa. Applausi al comandante; il problema sarà digerire i fagioli durante una notte di dondolio.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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