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Nel magico isolotto ci si ormeggia in …cucina!

Pubblicato da Mario Palumbo Mar, 12/07/2011 - 17:57

Molliamo gli ormeggi da Fethiye in tarda mattinata; ce la siamo presa comoda. Del resto non ci insegue nessuno e non abbiamo orari da rispettare. E’ il vantaggio dei navigatori pensionati. Ieri sera Fabio, skipper pensionato di Sproutz (spruzzo in dialetto triestino, almeno questa è la versione ufficiale, mi resta il dubbio che sia una variante di Spritz…), mi ha raccontato che un’inchiesta francese sul mercato delle barche a vela ha rilevato che l’acquirente standard è in pensione o ci è vicino e acquista barche di 12-13 metri e più per viverci. Come dire: largo ai vecchi o, meglio, che "al largo" ci vanno persone di una certa età. Del resto oggi le barche hanno randa e genoa rollabili la cui apertura è comandata direttamente dal pozzetto. Non è più necessario trascinare pesanti sacchi con le vele. I più "ricchi" hanno anche winch elettrici per evitare la fatica di usare la manovella per cazzare le vele. Su Nirvana di rollabile abbiamo solo il genoa; la randa è inferita e si deve alzare e far scendere lavorando sulla drizza stando in piedi accanto all’albero. Però abbiamo il salpaancora elettrico. Il nostro vicino di banchina al Marina di Fethiye, un grosso catamarano battente la bandiera degli States, ha due prese di corrente: una per le luci e gli strumenti, l’altra per l’aria condizionata…

Usciamo dall’ampia e ben protetta baia di Fethiye e dirigiamo a sud. Poi proseguiamo con rotta ad est. Nello intende passare la notte in una baia. In Turchia non è semplice come in Grecia: qui i fondali scendono subito e oltre all’ancora, che fa presa in genere su fondali superiori ai 15 metri, bisogna predisporre un ormeggio a terra, legando una lunga cima al primo masso utile alla bisogna. Il comandante mi spiega che dovrò tuffarmi con la pesante cima tra i denti e raggiungere la riva rocciosa. Una manovra che non ho mai fatto e mi procura una certa ansia! Fortunatamente non sarà necessario. Perché al nostro arrivo troviamo un uomo a bordo di un barchino dotato di fuoribordo che si offre di portare la cima a terra. Le baie più frequentate dalle golette e dagli yacht (a vela e a motore) sono ben organizzate. In alcuni casi non è necessario nemmeno gettare l’ancora: gli uomini dei barchini ti porgono la cima di un corpo morto ancorato al fondo prima di effettuare l’ormeggio a terra. Non solo: tra yacht e golette gironzolano barchini che offrono di tutto, dai gelati alla frutta, dai formaggi al pane. Al ragazzo del barchino che ci ha ormeggiato, ricompensato con 5 lire turche (circa 2 euro), chiediamo di portarci del pane fresco al mattino. A cuocere il pane, su una piastra a bordo di una barchetta, ci penserà una zingara del mare. Gli zingari del mare sono turchi che vivono a bordo di piccole barche spinte da antidiluviani motori diesel monocilindrici raffreddati ad aria e campano vendendo il pesce (poco) che pescano, frutta e le rotonde pagnotte che cuociono sulle piastre.

Il nostro ormeggio è lungo un canale che divide l’isolotto Gemiler dalla terraferma. E’ un posto magico: sulla costa si intravvedono ruderi di abitazioni. Sotto di noi la banchina di un antico porto sprofondato per bradisismo o crollato a causa di un terremoto. Nell’acqua limpida si vedono la banchina e le bitte in pietra cui attraccavano barche di antiche genti. La nostra cima di poppa è legata all’interno di una stanza! Le pareti della casa sono crollate, ma la parte posteriore, scavata nella roccia, è ancora integra. Chissà che stanza era: un cucina, una camera da letto, oppure il retrobottega di un commerciante il cui negozio si apriva direttamente sul molo? Misteri della storia; bisognerebbe avere una macchina del tempo per scoprirlo.

L’acqua è limpida e un tuffo è d’obbligo. Poi la cena e una bella dormita al fresco della brezza che scivola lieve tra l’isolotto e la terraferma. C’è un po’ di risacca, ma il dondolio fa sembrare Nirvana (intesa come barca) un’accogliente culla.

Al mattino successivo mi tocca ciò che non avevo fatto la sera prima: tuffo e nuotata fino a riva per sciogliere la cima di poppa. Nello mi traina fino a sotto la scaletta di Nirvana. La nostra ancora si è incattivata con l’ancorotto di un corpo morto. Con l’aiuto dello zingaro del mare che ci ha venduto il pane ci districhiamo in breve e riprendiamo la navigazione. Il comandante vuole entrare nella baia di fronte a Kalkan. Non c’è vento e il trasferimento di una quindicina di miglia siamo costretti a farlo a motore. La baia scelta non ha lo stesso fascino di quella di Gemiler ma i fondali sono un po’ più alti e sabbiosi e l’ancora fa presa a otto metri di profondità. Stavolta devo portare la cima a terra. Sembra facile (e con un po’ di pratica lo è sicuramente)! Il pesante cavo mi scivola quando sono a dieci metri da terra e il comandante Nello deve recuperarlo da bordo e tuffarsi a sua volta. Notte tranquilla e di sonno profondo. Verso le tre si alza un fastidioso vento da Nord e il generatore eolico comincia a ronzare caricando le batterie di bordo. Avendo il vento al traverso, mollare l’ormeggio richiede una tecnica diversa: devo tuffarmi e raggiungere la riva, poi Nello molla il cavo in acqua legato ad un galleggiante. Io dovrò raggiungerlo a nuoto mentre Nirvana speda l’ancora dal fondo; poi a motore tornano a raccogliermi.

 

 

 

 

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