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I giovani, la violenza e tanta retorica

Pubblicato da Cristiana Mariani Mer, 19/10/2011 - 16:36

E dopo "i fatti di Genova" ecco "i fatti di Roma". Quello che è accaduto durante la manifestazione degl indignados dell'altro giorno credo che sia noto a tutti, l'inciviltà e la bestialità - perché personalmente ritengo bestie senza colore, provenienza geografica nè religione tutti quelli che hanno messo la città letteralmente a ferro e fuoco - di chi ha devastato Roma e fatto rischiare la vita a centinaia di persone sono sotto gli occhi di tutti. Tanto che quanto è accaduto non è più derubricato sotto "la reazione violenta alla manifestazione di Roma degli indignados", ma sotto la definizione "i fatti di Roma" tristemente noti. Ora, che il verbo "indignarsi" non appartenga a questi anni è abbastanza evidente. Allo stesso modo è lampante che invece il verbo "essere gratuitamente violenti" faccia proprio parte di questo periodo storico. Violenza gratuita, violenza verbale, violenza fisica, anche portata all'eccesso. Violenza verbale di chi è comparso ultimamente in qualche tg dicendo "sono incazzato". No, siamo indignati. Se siamo "incazzati", lo siamo solo per farci notare, perché ormai dire "sono indignato" fa sembrare un lord inglese. Invece il "sono incazzato" fa riscuotere consensi. Così come lo fa una recente e avventata affermazione della scrittrice Caterina Collovati su Raidue che suonava pressappoco così: "la violenza è insita nei giovani". Stupidaggini, smettiamola di incasellare ogni generazione in un aggettivo solo per il gusto di sentirci superiori. I giovani non sono violenti di per sè. Semmai, in questi anni le sensazioni sono cambiate perché è cambiato il modo di parlare di esse e di descriverle.

 I giovani che hanno messo a ferro e fuoco Roma sono stati violenti, e questo direi che è lampante. Forse però non è perché sono giovani che sono stati violenti, ma perché vivono determinate situazioni, probabilmente hanno valori distorti, frequentano ambienti nei quali la violenza è lo strumento principale. Quello che ha provocato l'inferno di Roma non è stata soltanto un'escalation di violenza. Quella camionetta incendiata, le minacce, i lanci di sampietrini sono tutti frutto di una mentalità che va cambiata, una mentalità che dà per scontate le definizioni di odio, rancore, vendetta e persino amore, lealtà e amicizia. Perché quando in programmi televisivi si sente troppo spesso pronunciare "ti amo" oppure "ti odio", "ti ammazzerei", forse si perde di vista il vero senso di ogni singolo termine. Amare non è salvare qualcuno da una nomination al Grande Fratello, odiare non significa desiderare che quel qualcuno possa non incidere un cd musicale con il produttore che sognava. "Andiamo e facciamo casino perché altrimenti nessuno ascolta le nostre proteste" non può e non deve voler dire "incendiamo una città, procuriamo danni a lavoratori che nemmeno conosciamo e cerchiamo di uccidere persone, magari giovani senza speranza come noi, solo perché portano una divisa". E chi dice che i giovani sono violenti solo perché fanno parte di questa generazione forse non tiene conto del fatto che non sono soltanto i giovani a far passare certi messaggi, a fare certe affermazioni avventate e a non ascoltare minimamente le richieste di aiuto "perché tanto abbiamo problemi più importanti da affrontare".

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