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Mai dire tv. E io accendo la radio

Mai dire tivù. E mai accenderla, per carità. In questi miei giorni d'invalidità coatta, tra un libro e una medicazione, ogni tanto mi viene la idiota tentazione di pigiare il tastino tondo, quello rosso, col coso verticale che lo taglia in due. La carrellata di oscenità in onda alla tv (al netto di pay tv, sky e digitale) è d'uno squallore che porta al suicidio, più o meno come quello che colpisce i francais di Telecom. Inizio dalla fine.

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Lippi chieda scusa

Un calcio allo stile. E via andare. Mi ero ripromesso di non ficcare più il naso nelle gesta degli dei della pelota e, invece, eccomi qui. Sarà perché sono ostaggio dei cerotti d'un post intervento chirurgico, ma purtroppo mi sono imbattuto in un'invettiva in stile partitella di parrocchia in onda alla tivù. A sbraitare al microfono non c'era il Masaniello del San Crispino di turno, ma mister Lippi, un signore che credevo distinto quanto la sua professionalità.

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Gomorra, una città già vista

L'avevo tenuto lì. Imballato ben benino nel cellophane. Me l'avevano regalato due colleghi, con una bella coccardina sopra. Color azzurrino. Quasi un papillon per quel pacchettino. Mi avevano detto: "Tu, che sei un cronista di nera, lo apprezzerai". Era il 2007. In estate, se non ricordo male. Quel pacchettino conteneva un volume. Neanche tanto spesso. Il titolo: Gomorra. E non era ancora tempo di voracità libresca. E cioè di quella mania che acchiappa anche la gente che di lettura non vuole sapere.

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Il mio terremoto

Scosso. Da un terremoto. Che per me, ripeto, solo per me, è iniziato venerdì scorso. La scena pare uno di quei sogni sconclusionati che ti straniscono al mattino. Quelli dove tutto e il contrario di tutto appaiono in una sola sequenza. Lo racconto: ero nello sterminato vallone di Campo Imperatore, poco sopra Fonte Cerreto, la "periferia" di Assergi, quella da cui decollano i cavi che fanno volare la funivia in cima al Gran Sasso.

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Quelle code in stazione

Credo sia capitato anche a voi. Almeno una volta. Ti alzi un'ora prima, ti lavi i denti e la faccia nello stesso momento, ti infili quello che hai e giù in stazione per cogliere l'attimo. C'è un abbonamento da fare. E credi di essere il primo. Di essere arrivato in tempo, perché manca un'ora prima che il treno passi sotto il naso. Dici: cavoli, 'sta volta ce la farò. Non lo perderò. Le speranze cadono come foglie secche quando arrivi in biglietteria. Quattro persone davanti a te sbuffano e si sventolano. Perché?

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I pinocchi del fai-da-te

Carissimo Pinocchio. E carissimo Geppetto. Perché non torni tra noi?

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L'abito decoroso? E' dentro di noi

"Coprete...". Così un tizio ammoniva la procace moglie nell'immortale "Medico della mutua", con Albertone Sordi. Il simpatico refrain torna in un Comune della provincia di Varese, dove un decalogo invita simpaticamente al decoro delle "dip". Niente tacchi e minigonne in ufficio. Che dire?

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Quelle sagre del cavolo

Se c'è una cosa che mi fa imbestialire sono le abusatissime rievocazioni storiche. Pullulano in estate, come mosche sullo sterco. E come le mosche ronzano con i loro ridicoli strumenti per le contrade di mezza Italia. Ogni formica celebra la sua storia. Indossa i vestiti di velluto, s'infila i copricapo demenziali e celebra il falso, rimpinguando (per lo più) le casse comunali che ora verranno svuotate dalla lotta agli autovelox selvaggi.

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Enogastronomia: tutto fumo, niente arrosto

La cosiddetta enogastronomia e il cosiddetto (rigorosamente inglesizzato) "magnare" lentamente sono figli di una stessa mamma: la finzione. L'esteriorità. Nuda e cruda. Non so a voi: a me fanno vomitare anziché venir voglia quelle guide (ma guide di che...?) gastronomiche che sbrodoloano d'aggettivi la cucina italiana e i suoi piatti. L'arrosto, la carne, la salsiccia sono cose troppo serie per ridurle a esercitazioni letterarie.

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La notte bianca della mente

Le notti sono bianche. E io peggio: divento pallido. Soltanto a sentirle nominare. All'ennesimo comunicato che il piccione viaggiatore di turno mi porge col suo importuno becco in redazione, vado in bestia. Se girate l'angolo, trovate sempre (e comunque) una notte, coi colori che variano a seconda della sciocca inventiva degli amministratori. Eccola, la gradazione delle fesserie: bianca, rosa, verde. Ah, già, perché c'è anche quella sui monti. A casa mia, sulle cime si cammina di giorno.

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