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Macché spread. Giù a lavorare

Pubblicato da Giorgio Guidelli Mar, 22/11/2011 - 15:28

Siamo tutti economisti. Come siamo tutti allenatori quando scende in campo la Nazionale. Fateci caso: 'sti giorni, anche il più bifolco dei commentatori di aria fritta sproloquia di spread, indici, eurobond, bot e btp. A parte gli ultimi due, credo che solo un 5,5% degli italici sappia che diavolo è tutta questa diavoleria economica. In tv, professoroni e professorini fanno a gara per chi parla più difficile e noi, che stiamo come scemi davanti allo schermo, beviamo tutto quello che ci dicono. Qualcuno s'illude pure di aver capito e disserta di indici di borsa come se fosse all'osteria della pataccona.

Io credo che la ricetta giusta non l'abbia neanche il prof Monti, che mi pare uno di quei mister del calcio cui s'affidano le sorti d'una squadra disperata. E allora figuriamoci se possiamo permetterci di avanzare noi, ebeti imitatori di Adam Smith, ipotesi azzardate. Oggi mettersi in bocca la parola spread sa quasi di figo, più o meno come una borsa firmata. Il problema è che molti colleghi giocano con gli ascoltatori come l'Azzeccarbugli faceva con Renzo. Insomma: non c'è bisogno di chiamare con chissà quale gergo europeizzato una crisi che è ciclica, quasi endemica. Negli anni Settanta eravamo messi molto peggio e senza un'Europa che ci proteggeva le spalle. Allora l'austerity era una specie di autocoscienza, che portava all'autoconservazione, all'automantenimento del barometro economico.

Oggi è un abito, un atteggiamento condito da sperperi di luce, petrolio, cellulari, i-pod, i-pad e minchiate varie. Rimbocchiamoci le maniche invece di giocare alla crisi. Quella c'è davvero e non ha bisogno di paroloni. Ha bisogno di lavoro. Di ragazzi che si tengono occupati, senza promesse e fanfaronate. E soprattutto senza ricatti. Di ragazzi motivati, avviati e istruiti. Di contratti stabilissimi e non stabili. Di sicurezze consolidate. Di una base da cui ripartire. Quella base italiana che ci ha fatto ripartire anche quando la maratona era più dura. Siamo meglio di ciò che crediamo, crediamo nei nostri valori. Allora sapremo dare la nostra ricchezza all'Europa. Con il nostro innato senso di laboriosità. Facciamo vedere chi siamo ai professori d'oltralpe. E non parliamo di spread, che semmai fino a un mese fa sapevamo tutt'al più cos'era uno spritz.

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