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Ciao Paolo

Pubblicato da Giorgio Guidelli Mer, 18/05/2011 - 00:00

"Caro capo, un abbraccio forte e a presto! Giorgio". Un pigolio. E, sul display, la risposta: "Anche a te un abbraccio". Tredici giorni fa, questa è stata l'ultima nostra chiacchierata. La conservo. Nel telefonino. Che giro e rigiro tra le mani. E' racchiusa in quel cognome: "Nonni". Che non è mai scorso come gli altri. Era un qualcosa di caldo, paterno, pacato. Lo guardavo e ci pensavo quando ero in difficoltà. Sul lavoro, quando non mi veniva un titolo, o quando pensavo che chiudere il giornale fosse maledettamente impossibile. M'immaginavo lui, il capo, i suoi occhiali, il suo vocione, le sue lunghe dita scure e tutto passava. Anche stasera, che lei non c'è più, che se n'è andato in punta di piedi, mi fa lo stesso effetto. Non è dura scrivere questo articolo. Non è un ostacolo insormontabile pensare che lei, nel bugigattolo della mia redazione di via Manzoni, non c'è più. Anche stasera filerà via liscia, pensando al suo vocione, alle sue dita, alla sua calma.

Stamattina ho guardato se c'era la sua risposta, nella posta dei lettori. Eccola là, nel fotino. Il pullover grigio, la cravatta, lo sguardo un po' disincantato, il sorriso a mezza bocca: sì, lei c'era ancora. Mi avevano detto che ormai era finita. Che s'era aggravato. Ma finché c'era quella risposta, dettata al telefono ai colleghi, voleva dire che lei era ancora lì, come se fosse sulla scrivania, con le gambe lunghe due metri appoggiate vicino al portapenne, il telefono incollato alla guancia e la superleggera in mezzo alle dita. Come un reporter americano. Come il cronista di razza che doveva esser stato. E che poi è rimasto sempre, anche quando era caporedattore. Una guida. Per noi, il vivaio del Resto del Carlino. "Ah, va là, cambia mestiere, dà retta", spacconeggiava dal suo trono a me che ero appena entrato. Ma a quella sentenza, sbiascicata tra una sigaretta e l'altra, non credeva neanche lui. Anzi, lui sapeva che era all'opposto: che saremmo potuti arrivare. Con modestia, ma saremmo diventati, prima o poi, giornalisti. Ci ha insegnato parecchio: a scrivere, a non essere prolissi, a venire al dunque, a presentarci in pubblico. Ma, almeno per quanto mi riguarda, non è riuscito a togliermi il timore di dargli del "tu". Eppure Paolo Nonni, il caporedattore del Resto del Carlino, era la persona più modesta di questo mondo. Avrebbe potuto diventare chissà che cosa e invece era lì, appollaiato sul suo pc, a raccontare la città, al timone della sua redazione, a crescere i suoi allievi. Non ha mollato. Mai.

Lo ricordo, l'8 marzo, consegnare un regalino a tutte le ragazze della redazione. Lo ricordo, davanti ai miei legamenti a pezzi, un mese prima di andarsene, preoccuparsi di me. Tredici giorni fa, prima d'operarmi, gli ho mandato quel messaggio. Non volevo angosciarlo. Volevo fargli capire che era tutto ok. Avrei voluto fargli vedere che le stampelle non c'erano più. Che avrei ripreso a sgobbare in redazione. Sui menabò. Sugli articoli. Invece, come sempre, ha chiuso prima di me. Maledettamente puntuale. Come faceva col quotidiano tutte le sante notti. Capo, lei ha finito a tempo di record. Anche stasera. S'è spento con le rotative del suo giornale. L'ultimo uscito con la sua firma, nella cronaca di Pesaro. Ora basta, non le dico più niente. Al telefono sarebbe già stato stufo d'ascoltare. Troppe parole. Però, stasera, voglio farla contenta. E terminerò così, come lei avrebbe sempre voluto: ciao Paolo.  

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