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Prove tecniche di G9, per gli amici che vengono da lontano.

Pubblicato da Katia Gruppioni Mer, 08/07/2009 - 12:14

Sono passati dieci anni dall'ultima visita di un presidente cinese in Italia - nel 1999 Jiang Zemin fu ricevuto al Colle da Oscar Luigi Scalfaro - quando dalla scorsa domenica il presidente della Repubblica popolare cinese, Hu Jintao, è atterrato a Roma per la proprio visita ufficiale che precederà la partecipazione della Cina al G8 de l'Aquila.  Hu Jintao, con la moglie al seguito, capeggia una delegazione di imprenditori in quella che Emma Marcegaglia - presidente di Confindustria - non esita a definire una “una giornata di portata storica”. Gli imprenditori cinesi, circa 300 di un seguito del Presidente pari a 400 persone (in aggiunta agli imprenditori, rappresentanti di istituzioni finanziarie e commerciali accompagnano il Premier) hanno, infatti, partecipato ad un Forum economico organizzato all’Hotel Cavalieri Hilton di Roma, al quale era anche presente un drappello di 500 loro omologhi italiani.Alla presenza di Silvio Berlusconi, capo del nostro Governo, l'esercito dei Guerrieri di Hu, ha firmato accordi per un valore di oltre 1,5 miliardi di dollari. Le relazioni tra Roma e Pechino si sono rivelate davvero ben salde. L’Italia è il quarto partner commerciale nella Cina nell’Unione europea ed il quinto Paese della classifica degli investimenti diretti in Cina.  I due Paesi - come ha commentato il Ministro Scajola - “vantano una lunga tradizione di reciproca attenzione e rispetto, iniziata con i viaggi e l’opera del grande Marco Polo” e “oggi stiamo scrivendo un’altra pagina di questa storia, percorrendo insieme la strada da lui tracciata più di sette secoli fa”.  Negli ultimi anni le relazioni Italia - Cina hanno avuto certamente un notevole incremento, testimoniato dai numerosissimi scambi di visite ad alto valore istituzionale - si pensi alle recenti due missioni di Adolfo Urso, che hanno portato alla realizzazione di questo Forum - ed il desiderio di maggior cooperazione nei temi di rilevanza bilaterale ed internazionale si sta via via realizzando. La collaborazione di ICE, Confindustria, Simest, rete Consolare sta sempre più portando il nostro Paese a diventare un importante partner commerciale: nello scorso 2008, nonostante la crisi, gli scambi sono stati pari a circa 38,3 miliardi di dollari. Ma si può fare ancora di meglio, come ad esempio cercando di accreditare le competenze locali rendendo la bella Italia non solo una nota ed ambita meta di vacanza per il nuovo cinese, ma sviluppando settori industriali noti, la logistica, il turismo, la cultura, le biotecnologie. Ed attraendo gli investimenti del Dragone. La Cina, che ha sempre investito in titoli di Stato Usa parte della liquidità accumulata grazie all'export (soprattutto negli Usa stessi), è ora alla ricerca di diversificazione: non si tratta più di prestare soldi o di fare partnership, ma proprio di subentrare in qualità di proprietari destinando liquidità anche all'acquisto di materie prime. E' partita così la caccia alle partecipazioni azionarie all'estero: dall’inizio 2008, missioni analoghe a quella italiana in Germania, Inghilterra, Spagna e Svizzera hanno portato ad acquisizioni ed investimenti diretti per 15 miliardi di dollari. E l'Italia non deve certo lasciarsi scappare questa occasione: pare, infatti, che - seppure quasi tutti gli imprenditori abbiano indicato tra le loro priorità l'import-export di macchinari, tecnologie, prodotti e materiali – fosse segnalata l presenza nella delegazione guidata dal ministro del Commercio, Chen Deming, dei responsabili della China Investment Corporation (CIC), il fondo sovrano che gestisce l'acquisto di asset strategici in giro per il mondo.I rapporti tra le nostre imprese devono diventare sempre più proficui e cessare di basarsi sulle sole esportazioni, perché la Cina può dare all'industria italiana una grande opportunità, un aiuto ad uscire da questa crisi, dato che ad oggi e' proprio la Cina stessa l’unico Paese veramente in ripresa nell’economia mondiale. La Cina è un mercato enorme che rappresenta il traino dell’economia globale – come ha sostenuto Adolfo Urso – basti pensare che, nonostante la crisi, ha una crescita del 7-8 per cento. A contraltare di un gruppo di piccole medie imprese italiane che invece alla Cina hanno creduto tanto da incrementare in questo momento di crisi i propri investimenti locali - basti pensare alla bolognese Sira Group, riscaldamento, che in questo periodo di vacche magre ha reagito potenziando i propri due stabilimenti produttivi di Tianjin acquisendo la quota del partner cinese in jv in uno di questi - alla fine sono stati sottoscritti 33 accordi commerciali ed economici sia tra grandi imprese italiane e holding cinesi, che piccole e medie imprese.La parte del leone l’ha fatta Fiat con otto accordi per circa 625 milioni di dollari, che prevedono la costruzione di un nuovo stabilimento in Cina per la produzione di motori e cambi tecnologicamente evoluti, per rispondere alle richieste del governo cinese di sviluppare veicoli a bassi consumi e ridotte emissioni. Il gruppo Finmeccanica, con Ansaldo Breda, ha siglato una partnership da 42 milioni di dollari ed anche Pirelli ha in via di definizione un accordo che, a sorpresa, manifesta un nuovo interesse da parte del governo cinese per la difesa e la tutela dell’ambiente: c’è, infatti, in ballo un brevetto che li potrebbe interessare sui camion e sulle auto ed e' sulla definizione di questo accordo che sta trattando Pirelli.La conclusione dei lavori del Forum ha visto un trionfale intervento del Presidente Hu Jintao e del nostro Premier, che si rivedranno già da domani per il G8 de l'Aquila: proprio a questa sessione dell'incontro fra i Grandi del Pianeta sono stati, infatti, invitati i cosiddetti G5, ma c'e' netta nell'aria la percezione che senza la partecipazione delle Nazione realmente emergenti sarà difficile se non impossibile assumere impegni che possano davvero risolvere i grandi problemi del mondo. La partecipazione di Hu al summit, fa presagire che il prossimo incontro dei grandi potrebbe dover essere definito G9.

Intanto però dalla Cina arrivano notizie di disordini che mettono parecchio a disagio i vertici cinesi. La miccia che ha acceso le polveri è stata la morte di due uyghuri (la minoranza etnica musulmana che è maggioranza nello Xinjiang) in una fabbrica di Canton, pare a causa di scontri con gli han dopo un’accusa di stupro. Una manifestazione di giovani a Urumqi si è conclusa con almeno 140 morti e 800 feriti. Per il governo sono stati loro ad attaccare le forze di sicurezza, secondo fonti uyghure è successo il contrario. Qualunque sia stata la loro causa scatenante, le violenze a Urumqi ci parlano delle difficoltà cinesi a gestire l’immensa periferia dell’impero. E forse questa è la vera sfida per Hu Jintao, nel perseguimento della realizzazione del suo progetto di una ‘società armoniosa’.

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