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Il fenomeno Barack lascia fredda Pechino, agitata dallo spettro dalla crisi

Pubblicato da Katia Gruppioni Mer, 28/01/2009 - 09:52

Centottanta milioni di cinesi in rete – su un record globale, nel 2008, di un miliardo di navigatori totali (la Cina è prima per numero di internauti, davanti agli Usa; l’Italia dodicesima) – festeggiano guardando dalla finestra la carambola di rumorosissimi fuochi artificiali che ha illuminato la notte del passaggio dall’anno del topo all’anno del toro (o del bue, questione di interpretazione).Gli stessi cinesi che sempre in rete – non si sa invece quanti, pare pochi, in diretta televisiva – hanno seguito il discorso di insediamento di Barack Obama, e si sono visti interrompere bruscamente la trasmissione nel momento in cui il nuovo presidente degli Stati Uniti d’America ha menzionato il comunismo.Il portavoce del ministero degli esteri, Jiang Wu, ha spiegato molto semplicemente che anche i media cinesi hanno i loro diritti editoriali e che quindi non si parli come a solito di censura! Certo Obama raccontava di come l’America del nuovo corso fosse pronta a porgere la propria mano tesa a tutti coloro i quali – aggrappandosi al potere con la corruzione e l’inganno – continuano a far tacere i dissidenti, avvertendoli di essere «dalla parte sbagliata della storia».Nell’avvicendamento fra Bush e Obama, non è ancora chiarissimo se la Cina gradisca il cambiamento di corso. George W. lascia l’ufficio con parecchi apprezzamenti da parte del governo cinese, mentre pare che il miracolo Obama non sembri poi così intrigante agli occhi di Pechino.Quello che interessa davvero è come il suo ufficio intenderà arginare la crisi finanziaria mondiale di cui la Cina non nega di riconoscere agli Usa una fortissima responsabilità.Non ha certo giovato la bacchettata americana, per bocca del ministro del tesoro designato Geithner, sulla presunta manipolazione dello yuan. Se la banca centrale cinese ha gelidamente commentato che il “rimprovero” non è in linea coi fatti, più avanti l’agenzia di stampa Xinhua ha aggiunto che il governo cinese ritiene che a fronte di una crisi economica come quella attuale, sarebbe auspicabile uno spirito di autocritica da parte degli Stati Uniti per trovare i mezzi per uscirne, e che non è sano continuare a trovare scuse per incoraggiare protezionismi commerciali.Quello che è veramente importante è che la “novità Obama” arriva per la Cina nel momento della sua crescita più bassa dal 2000 a oggi: un mero +6,8 per cento nell’ultimo trimestre del 2008 – sempre comunque un’esagerazione per noi europei che ne prevediamo un tasso per l’anno a venire di addirittura -1,8 per cento. Un rallentamento dell’economia al 5-6 per cento, per un paese come la Cina, segnerebbe un troppo brusco ritorno alla realtà, perché il tasso che consentirebbe al paese di assorbire i circa 20 milioni di lavoratori l’anno – esuberi delle aziende di stato e migranti dalle campagne – deve essere almeno del 9-10 per cento.Anche perché al miraggio del benessere nessun cinese vuole rinunciare, nemmeno la generazione delle sommosse di piazza Tienanmen che ha abbandonato gli ideali politici in cambio della promessa della crescita economica: è la disoccupazione che ora in Cina porterebbe a disordini sociali e il governo lo sa bene.Ora gli economisti cinesi calcolano che nel 2009 la crescita si attesterà sull’8 per cento, trainata dalla domanda interna e dall’urbanizzazione accelerata, fenomeni che dovrebbero mettere la Cina – finora sostanzialmente orientata all’esportazione – al riparo dall’onda lunga della recessione mondiale. Si tratterebbe in questo caso di un tasso di crescita sufficiente per offrire abbastanza occupazione, ma al di sotto di quello il rischio rimane. C’è – è vero – il cosiddetto “pacchetto di agevolazioni” studiato dal governo per incentivare il credito che incoraggia per lo più le costruzioni.Ma la vera crisi nasce dalla produzione eccessiva rispetto alla domanda: se in Cina si continua a costruire ma i prezzi degli immobili non si abbassano, saranno in pochi a comprare e l’economia non ripartirà.La Cina, quindi, non mostra esagerata preoccupazione sull’impatto del fenomeno Obama sul resto del mondo, ma piuttosto tiene il sopracciglio arcuato riguardo quelle che saranno le sue primissime manovre economiche: l’esordio sulle manipolazioni dello yuan, non pare essere stato particolarmente felice.

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