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Popoff, il fascino del cardiochirurgo

Pubblicato da Geraldina Fiechter Mer, 30/06/2010 - 19:54

Di che fibra è fatto un uomo che a 56 anni ha operato il cuore di circa quindicimila persone, cinquecento l’anno, anche quattro al giorno? Cosa prova, cosa mangia, come vive un essere umano a cui altri essere umani, magari giovani, magari molto anziani, affidano completamente la loro vita? Chiederlo a Georges Popoff, cardiochirurgo a Firenze, non è facile. E’ schivo. E’ riservato. E soprattutto ha il tempo contato: prima i suoi pazienti e poi le camminate, lo sport e tutto quello che negli anni si è inventato per sciogliere l’adrenalina e tornare in forma ogni mattina. E’ italo-francese, di origine russa. Ha cominciato a Parigi, ha proseguito a Nizza, e dal 1995 lavora esclusivamente a Villa Maria Beatrice, uno dei due centri cardiochirugici fiorentini accreditato dal servizio sanitario della Regione Toscana (oltre a quello di Careggi diretto dal dottor Pierluigi Stefano, l’altra eccellenza fiorentina). Vive in collina con la famiglia, che non da molto la lasciato la Francia per trasferirsi qui con lui. Cinque chilometri all’andata e cinque al ritorno. Che Georges Popoff fa sempre a piedi.

Come è arrivato a Firenze?Quando ero a Nizza curavo molti pazienti che arrivavano dall’Italia e in particolare dalla Toscana. Non era raro per un italiano andare a operarsi all’estero. Un giorno mi offrirono l’opportunità di venire a lavorare a Firenze e decisi di accettare.

 Ha avuto un maestro?Charles Dubost, con cui ho cominciato a Parigi, un mito per i cardiopatici anche italiani, uno dei grandi pionieri della cardiochirurgia.

E’ così recente, la cardiochirurgia?E’ iniziata negli anni Cinquanta-Sessanta, quando è decollata l’idea di far funzionare una macchina al posto del cuore

Perché ha scelto questa professione?

Perché è un mestiere straordinario attraverso il quale si può aiutare il prossimo in modo diretto utilizzando sia la mente che la mano: la prima guida, la seconda deve rispondere fedelmente con precisione, velocità, senza indugi o tradimenti. Ma tutto questo acquista significato solo se all’aspetto tecnico si unisce quello umano, cioè la comprensione e la compassione per la sofferenza altrui

Che rapporto ha stabilito con i fiorentini?Un rapporto di reciproca fiducia che ormai va avanti da anni. Circa il settanta per cento dei pazienti che ho operato sono fiorentini.

E il rapporto con Firenze, dove ha scelto di trasferirsi stabilmente cinque anni fa?Ottimo anche con la città, sebbene sia contrario alla urbanizzazione selvaggia e se potessi andrei a vivere vicino alla natura .

Che qualità deve avere un buon cardiochirurgo?La capacità di decidere in tempi molto rapidi per il bene del paziente e lontano da qualsiasi pressione. Poi deve saper trovare un equilibrio fra prudenza e audacia, perché servono entrambe. E molte altre cose, prima fra tutte una buona equipe. 

 E dal punto di vista fisico?La capacità di stare concentrati su un francobollo di due centimetri quadrati, immobili, per due ore o più, pronti a far fronte a ogni eventuale complicazione.

 Senza alcun aiuto, neanche caffè? Niente. Non prendo mai caffè o sostanze stimolanti, molto raramente alcolici né ovviamente posso mai far uso di alcuni farmaci, come i sonniferi, anche quando non devo operare.

E come sfoga l’adrenalina?Con un’attività sportiva molto intensa. E con molte altre mie passioni come la lettura e la scultura

Quando mangia?Una sola volta, la sera. Non prendo niente per tutto il giorno. Non è un’alimentazione corretta ma è quella che mi fa essere più efficiente

Come si comporta quando si prospetta un’operazione a rischio?Mancherei alla mia missione se dicessi no, non la opero perché troppo rischioso. Essere dalla parte del paziente vuol dire anche assumere su di me la scelta. Fra me e il paziente si stabilisce una sorta di contratto morale.

 Lascia il tempo di decidere?Più tempo possibile. Consiglio di fare altri consulti, di parlarne con i parenti, di riflettere. Il paziente non deve mai sentirsi stretto in una tenaglia, in un canale troppo stretto

 Lei è specializzato in una particolare chirurgia?Ultimamente nella ricostruzione coronarica

Quali confini etici si pone per esempio di fronte a una persona già molto avanti con l’età?Questo è un problema etico nuovo, perché si vive di più e non è più una rarità confrontarsi con un paziente ultraottantenne. Noi possiamo cercare di capire che vita fa, i suoi interessi, la famiglia, quanto è ancora giovane a prescindere dall’età anagrafica. Possiamo offrire tutto il nostro know how per affrontare situazioni sempre più complesse e difficili da curare. Ma a un certo punto la società, la politica in senso lato, dovrà interrogarsi  e, anche con il nostro aiuto, proporre degli orientamenti sostenibili che soddisfino la comunità nel suo insieme

Che rapporto ha con la tecnologia?C’è una cultura diffusa e a mio parere sbagliata che porta le persone a sperare in una sorta di immortalità delegando tutto alla tecnologia e al marketing che sta intorno. Ma le malattie sono sempre le stesse, l’uomo è ancora fatto di carne e non di ferro, e la tecnologia non può sostituire il nostro sapere

E come spiega tutto questo al paziente che magari ha visto fare cose mirabolanti in tv? Faccio in modo che si fidi più della persona che della tecnologia. E questo in genere lo tranquillizza, perché lo riporta a contatto con la realtà.

Ha mai desiderato entrare nella struttura pubblica o universitaria?Ho sempre sperato in una sinergia. Per il resto non ho mai avuto altri obiettivi se non cercare di aiutare ogni giorno al meglio i cittadini sottoponendomi al governo di chi è incaricato di gestire le risorse pubbliche

La struttura in cui lavora è convenzionata e quindi gratuita per i pazienti?Totalmente gratuita

Cosa fa più male al cuore?I fattori di rischio sono quelli noti a tutti. Ma il più dannoso è il fumo. Anche perché è frutto di una negligenza della società che lascia spazio libero al marketing che promuove il fumo soprattutto fra gli adolescenti. Creando fra l’altro i presupposti di un disavanzo nella spesa sanitaria . Questa è una battaglia per cui dovremmo impegnarci tutti di più.        

 

            

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