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“Sono ancora vivo, ma in prigione a Kunduz”: l'incredibile forza di Twitter

Pubblicato da Franca Ferri Mer, 08/09/2010 - 18:19

"Sono ancora vivo, ma in prigione”: dopo cinque mesi di silenzio assoluto venerdì scorso, Kosuke Tsuneoka, giornalista freelance giapponese catturato in Afghanistan ai primi di aprile, è riuscito a farsi vivo via Twitter, fregando clamorosamente uno dei suoi carcerieri: “sono a archi a kunduz. nella prigione commander lativ.", è stato il secondo messaggio, che faceva riferimento al luogo della prigionia, Dasht-e-Archi, distretto di Kunduz.

Togliamo subito pathos alla vicenda: Tsuneoka è stato liberato domenica, sta bene, e ha raccontato come è incredibilmente riuscito a dare notizie via Twitter. I due messaggi, se da una parte avevano riacceso le speranze di parenti e amici, avevano suscitato non poche perplessità: perché erano scritti in inglese, e non in giapponese, come prima della cattura? E perché arrivavano da una connessione internet via cellulare, e non dal client (programma) che Tsuneoka utilizzava di solito? E soprattutto, come era riuscito ad avere accesso a Twitter da una prigione afghana, dopo cinque mesi di silenzio assoluto (era stato catturato il primo aprile)?

Come Tsuneoka ha spiegato appena rientrato in Giappone, tutto è iniziato tre giorni prima, quando uno dei suoi carcerieri, un soldato semplice, gli ha mostrato il suo nuovo cellulare, un Nokia N70, ben più avanzato di quelli diffusi in Afganistan. Semplicemente, il soldato non sapeva usarlo e ha chiesto aiuto al giornalista: “Gli ho dato un'occhiata e gliel'ho spiegato” ha raccontato Tsuneoka, che ha capito di avere un'occasione d'oro.

Il soldato aveva sentito vagamente parlare di internet, ma non sapeva bene cos'è. Appena Tsuneoka ha nominato la rete, l'ha voluta provare, così il giornalista ha chiamato per lui il servizio assistenza e si è fatto abilitare internet su quel cellulare.

Poi ha iniziato a spiegare cosa ci si può fare: il soldato voleva vedere Al Jazeera, e Tsuneoka gli ha mostrato come fare una ricerca su Google e trovare il sito. Poi il colpo da maestro: “Ma se vuoi fare qualcosa tu – ha detto al soldato – devi usare Twitter”, spiegandogli che quando scrivi qualcosa su Twitter, parli a tanta gente insieme, ad esempio a un gruppo di giornalisti giapponesi tutti in una volta” e gli ha mostrato come funziona il servizio di microblogging.

E il piccolo trucco che ha portato al risultato sperato: dare finalmente notizie di sé.

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