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L'Afghanistan, la legge di Murphy e altre storie

Pubblicato da Alessandro Farruggia Sab, 24/10/2009 - 00:39

"Se qualcosa può andare storto lo farà" recita l'inossidabile Legge di Murphy di Arthur Bloch. Questa è stata una costante in Afghanistan negli ultimi trent'anni. Teatro di sanguinose e perdenti guerre imperialiste (invasione sovietica 1979-1989); di fratricidi conflitti etnici e clanici (guerra civile tra mujaheddin 1992-1996); dell'instaurazione di un oscurantista e barbaro regime fondamentalista grazie al decisivo contributo di una potenza straniera _ il Pakistan _ che nei talebani ha incarnato lo strumento per attuare il concetto della "profondità strategica"  contro l'arcinemico indiano (1996-2001); solida base logistica delle scorribande dei terroristi quaedisti; teatro di una guerra dell'Occidente contro i seguaci di Osama bin Laden e i loro alleati che naturalmente non è solo la lotta del bene contro il male ma si basa su solide e ciniche considerazioni geostrategiche (2001-in corso); l'Afghanistan ha pagato con decine di migliaia morti (da 12 a 32 mila tra vittime dirette e indirette solo dal 2001 in poi) il suo tragico destino fatto di arretratezza, di povertà, di sottosviluppo, di  illegalità, di corruzione, di ingerenze internazionali, di  violenza diffusa. A tragedia era seguita tragedia, a violenza violenza. Così, da trent’anni.

 

Le elezioni presidenziali del 20 agosto _ la cui organizzazione era stata affidata in larga parte agli afghani pur se con la discreta supervisione delle Nazioni Unite _ avevano visto il prevalere delle peggiori pulsioni e, con il fondamentale contributo di un presidente che voleva garantirsi ad ogni modo la vittoria, si erano svolte in un contesto di brogli diffusi. Tutto lasciava ritenere che la comunità internazionale, per un malinteso senso di realpolitik, si sarebbe turata il naso e seppur tra recriminazioni e reprimende, avrebbe sostanzialmente lasciato correre accettando la truffaldina vittoria del presidente Karzai e dei suoi spesso poco presentabili _ l’uzbeko Dostum su tutti _  alleati. Non è andata così.  

Gli Occidentali _ il presidente Obama e il Dipartimento di Stato americano su tutti, ma anche francesi, inglesi, italiani, la Commissione Ue _  vista l’entità dei brogli e il rischio di delegittimazione dell’intero processo di ricostruzione del paese, di veder franare quel che resta del senso stesso del loro impegno in Afghanistan, hanno deciso che la misura era colma e hanno fatto pressione di Karzai _ neppure troppo discretamente seppure tenendo presente l’orgoglio e le suscettibilità afgane _ perché fosse rispettato il giudizio della Commissione per i ricorsi elettorali e si andasse al ballottaggio.

Karzai ha infine ceduto e a quel punto ha rifiutato l’ipotesi di un governo di coalizione che pur gli avrebbe evitato il ballottaggio. Certo di vincere comunque, se deve essere ballottaggio, ha detto, sia.

Con coraggio, l’Occidiente ha finalmente fatto la scelta giusta. Non ha perso la faccia, non ha abdicato ai suoi valori e ha posto la premessa per quel cambio di passo che può forse trasformare una guerra che pare oggi senza obiettivi chiari e raggiungibili e quindi senza prospettive di vittoria sul campo, in una guerra che (forse) si può (politicamente) vincere. Naturalmente,  a patto di effettuare un difficile e complesso cambio di passo grazie al combinato disposto di un difficile coinvolgimento delle potenze regionali nel processo di stabilizzazione; di un saggio e attento riconoscimento della struttura di potere afgana attraverso un diffuso decentramento del potere; di uno spostamenento sostanziale del focus dall’intervento militare diretto (che oggi assorbe il 90% degli investimenti) all’intervento civile; di una decisa accelerazione della formazione di un esercito nazionale afgano e di una polizia sufficienti a tenere il paese; di un intervento reale contro la produzione di oppio che tutto inquina e tutto corrompe con il flusso di denaro che genera. E di un coinvolgimento nel governo di parte del milieu tradizionalista pashtun che oggi trova tutelati i suoi interessi e i suoi valori nella retorica dei talebani.  In sostanza usando meno forza e più intelligenza.

Se questo mezzo miracolo sarà  possibile, ce lo dirà la storia. Intanto è stata fatta la cosa giusta. E ora le elezioni hanno una speranza di poter essere definite credibili, e legittimo il presidente _ ovviamente Karzai _ che ne uscirà. In un contesto come quello afgano, dove i valori dell’Occidente devono provare di essere davvero un valore aggiunto per i diseredati che abitano quel paese, la forma (cioè la correttezza del processo elettorale pur se il vincitore è scontato) è sostanza. E’ la precondizione di un successo. Non affatto sufficiente ma indispensabile.

Avanti quindi verso il ballottaggio del 7 novembre, pur se sarà minacciato dai talebami che cerceranno in ogni modo di sabotaralo. Soddisfatti che per una volta la legge di Gumperson  _ "le probabilità che qualcosa accada sono inversamente proporzionali alla sua desiderabilità" _ sia stata sconfitta. E convinti che nella scelta dell'Occidente di aver per un attimo abbandonato a Kabul il cinismo e realpolitik c’entri la lucida, visionaria e contagiosa tenacia dello straordinario generatore di speranze e di sogni che sta nel palazzo del potere a Washington 

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