Incastrato il killer dei lupi grazie all'analisi del Dna delle vittime. Come in un film di Hoollywood...
Questa è la storia di un serial killer di lupi finito in trappola per colpa del dna degli animali che aveva ucciso. Della più brillante indagine di genetica forense applicata alla conservazione della biodiversità mai effettuata in Italia. Di un primo campanello di allarme che suona per i bracconieri, che ogni anno uccidono dai 100 ai 120 esemplari di una delle specie più importanti e a rischio (600 esemplari in tutto) del nostro ecosistema: il lupo appenninico. E la storia è questa. Il 10 febbraio 2007 fu ritrovata a Borzonasca, davanti a una casa cantoniera della provincia di Genova, lungo la strada per il passo della Forcella, una carcassa di lupo, avvelenato con diserbante e con il muso mozzato per spregio. Era un chiaro messaggio contro la provincia per qualche indennizzo non pagato. Gli agenti indagarono e dopo qualche mese una soffiata li portò verso un sospetto: un pastore della zona, noto cinghialista. Si vantava di averlo «fatto secco, anche quel maledetto lupo». Quando il 12 agosto di quest’anno 7 agenti della polizia provinciale fece irruzione nella sua cascina di Borzonasca, in valle Sturla — oltre a contestargli una lunga serie di reati, dall’omessa custodia di un fucile all’omessa denuncia di munizioni — gli trovarono in casa persino una collana con dieci denti di lupo. La sua reazione fu pronta: «Me l’hanno venduta dei marocchini». Sottinteso, e non riuscirete mai a dimostrare che non è così. Ma aveva sottovalutato gli agenti che, coordinati dal pm Margherita Ravera della procura di Chiavari, hanno allestito una operazione degna del telefilm Csi coinvogendo i laboratori di Bologna dell’ex istituto per la fauna selvatica, oggi parte dell’Ispra. «I nostri ricercatori — racconta Ettore Randi, dirigente dei laboratori — hanno estratto il dna dalla polpa dei denti identificando dapprima che si trattava di sei distinti esemplari di lupo, tre maschi e tre femmine, e poi, una volta avuta la mappa genetica, l’hanno comparata con i campioni a disposizione». In particolare, i campioni saggiamente conservati al museo di storia naturale di Genova del lupo trovato ucciso nel 2007 a Borzonasca. Ed è stato subito bingo: combaciavano. Era una operazione eccellente, ma i ricercatori dell’Ispra vollero sfiorare la perfezione. «Dato che stiamo effettuando un monitoraggio delle popolazioni liguri di lupo — prosegue Randi — abbiamo allestito una banca dati genetica, che comprende anche campioni relativi ad un altro esemplare ucciso in provincia di Genova. E così abbiamo comparato anche questo campione con quelli della collana. Trovando un secondo riscontro». Ergo, il bracconiere aveva in casa i denti di ben due esemplari uccisi nella sua zona e presumibilmente aveva ammazzato anche gli altri quattro esemplari i cui canini erano nella collana. Per il serial killer dei lupi era iniziata la via del tramonto. A questo punto si va verso il processo si aper uccisione di specie particolarmente protetta, omessa custodia di armi e munizioni, omessa custodia di munizioni, caccia in periodo di divieto generale. E stavolta la campana suona per i bracconieri.alessandro farruggia
articololo pubblicato oggi sul Quotidiano Nazionale
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