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Le donne afghane e il burka dopo dieci anni di guerra

Pubblicato da Davide Denina Dom, 17/07/2011 - 19:33

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A partire dal 2001, l’anno in cui la Nato ha invaso l’Afghanistan, organizzazioni internazionali, donatori privati e governi occidentali hanno fondato quattordici centri per la sicurezza delle donne: in queste strutture viene protetta chi ha subito violenze sessuali o fisiche, matrimoni forzati e altri abusi del genere.

In uno di questi centri, per più di un anno è stata ospitata Hakima. Suo padre l’aveva ceduta in cambio della cancellazione di un debito di 700 dollari (circa 500 euro). Hakima era stata data in sposa a uomo che non conosceva, nessuno aveva chiesto il suo parere. Aveva tredici anni.

Pratiche simili sono considerate dall’ Human Rights Watch “alcune tra le più oltraggiose tradizioni afghane”. Ma oggi, dopo tutta questa guerra, sono ancora diffuse.

Il marito di Hakima aveva cominciato a picchiarla un mese dopo il matrimonio: frustate con i cavi degli elettrodomestici, botte, calci… Dopo un anno di abusi, la ragazza fugge. Non sa dove andare: prima si reca dallo zio, poi dalla sorella. Per qualche tempo dorme nascosta in una moschea. Alla fine qualcuno le parla di un centro specializzato. Oggi un team di avvocati sta lavorando per rendere possibile il suo divorzio.

Oggi Hakima ha 18 anni e non ha mai finito la scuola elementare. Se le cose le vanno bene, può sperare di trovare un uomo meno autoritario, risposarsi e vivere una vita tranquilla al riparo delle mura domestiche. Non è un’impresa facile. Gli afghani preferiscono le vergini.

Il concetto di emancipazione femminile fa sorgere sospetti sul duro suolo afghano. Sono in molti a dire che la sola esistenza di centri specializzati per la sicurezza delle donne mina i valori familiari e le incoraggia a lasciare le loro case. Altri considerano questi centri dei bordelli.

All’inizio di quest’anno, il governo di Kabul ha messo in agenda un provvedimento che, se verrà approvato, impedirà alle donne di lasciare le loro case senza una motivazione. A giudicare se la donna dovrà essere rispedita a casa, mandata in carcere, oppure restare nel centro interverrà una commissione di otto membri designati dal governo.

Un provvedimento del genere è uno sforzo di avvicinamento alle posizioni più conservatrici della società del Paese centro-asiatico: il negoziato con la rinata insorgenza talebana sembra diventato, negli ultimissimi anni, l’unica soluzione adatta a raggiungere la pacificazione.

Intanto, secondo le Nazioni Unite, un terzo delle donne afghane soffre di problemi psicologici.

Dopo dieci anni di una guerra a cui partecipano più di 4mila soldati italiani, la coalizione occidentale non è ancora riuscita a sbarazzarsi del burka. 

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