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Labour depressive

Pubblicato da Giulia Della Rocca Gio, 24/11/2011 - 00:41

Indie, straight edge, old style, e ancora raver, geek, hipster e via a non finire: le sottoculture continuano a proliferare, malgrado una globalità degli stili che uccide in misura crescente l’idea stessa di differenziazione, massificando ogni nicchia. Nonostante le più creative e svariate forme di espressione identitaria, una delle poche cristalline verità a ogni modo è che stiamo diventando sempre più NEET.  L’acronimo di Not in Education, Employment or Training identifica secondo l’indagine Bankitalia circa 2,2 milioni di persone in Italia, interessando più precisamente il 23.4% degli under 30.

Un rapporto in crescita rispetto al pre crisi, che ha visto in tre anni un incremento di oltre duecentomila sfollati dalla società civile, a scanso di equivoci per i convinti che la recessione rappresenti unicamente un problema di percezioni ingannevoli. Come li definirebbero questi stessi, di altro non si tratta se non delle nuove reclute dell’esercito dei “bamboccioni”. E meno male, potrebbero aggiungere altri, non più illuminati ma semplicemente più pragmatici, visto che al netto del welfare formato clan familiare non è molto chiaro quali casse statali potrebbero provvederne al sostentamento. Senza omettere che, non contemplando gli stagisti (formalmente in training), il dato Bankitalia esclude dal computo la tornita e non meno deperita sottocasta dei tirocinanti, protagonisti, dopo un indefinito numero di colloqui da mortal combat psicologico, del miracolo economico di riuscire a pagarsi di propria tasca le birre al bar. Più che precariato sarebbe più corretto definirlo volontariato, alla luce di retribuzioni tanto ridicole da non meritare nemmeno di essere chiamate simboliche, e per di più infarcito del più incrollabile idealismo, data la velleitaria speranza di vedere il proprio legalizzato sfruttamento tradursi in un’occasione lavorativa.

Naturalmente precaria.

Se lo scenario si presentava già qualche anno fa a tinte fosche, la situazione attuale è senza mezzi termini tragica. In contrapposizione al dinamismo “labour intensive” delle nuove potenze mondiali, non solo la Cina, quanto l’India e le nuove tigri asiatiche, i prossimi anni vedranno l’Italia accomunarsi ad altre economie occidentali sotto lo spettro di una crescita “labour depressive”, in tutti i sensi possibili. Come purtroppo viene sottovalutato, al netto delle problematiche di natura psicologica e sociale in cui l’attuale stato delle cose è atteso riverberarsi, la rigidità del mercato del lavoro costituirà un freno alla crescita economica nel medio periodo, già priva di prospettive particolarmente brillanti.

Lungamente invocata come unico mezzo per recuperare la produttività a livello sistemico, in Italia la deregolamentazione del lavoro si è concretizzata in una moltiplicazione delle forme contrattuali atipiche o flessibili per le neo-assunzioni, senza un mitigamento della rigidità dei contratti a tempo indeterminato. La cosiddetta “flessibilità” si è infatti tradotta in una progressiva erosione della protezione legislativa per la contrattazione temporanea, a fronte di un grado rimasto sostanzialmente invariato nell’ultimo trentennio per i contratti di precedente stipula. Le difficoltà imposte dalla crisi stanno esasperando drammaticamente questo dualismo, creando una forbice sempre più profonda in termini di redditi e accesso all’investimento tra i nuovi entranti e l’”establishment”, peraltro in progressivo invecchiamento e detentore di un insieme di bisogni in riduzione. Ipotizzando una situazione del mercato del lavoro invariata, che veda crescenti fasce di lavoratori convertite al “volontar-precariato”, una sempre più consistente percentuale della popolazione più anziana, non solo lavoratrice ma anche pensionata, deterrà nei prossimi anni maggiore capacità di spesa e di investimento dei figli. In uno scenario di questa natura, la speranza che il welfare domestico sopperisca a una forma di redistribuzione intergenerazionale, a precari o “bamboccioni” che siano, non solo non è deprecabile, ma caldeggiata come uno strumento per attivare la crescita del mercato interno, permettendo un drenaggio delle risorse monetarie verso giovani adulti con maggiori esigenze di consumo.

Molti anni fa Henry Ford, raddoppiando lo stipendio e le garanzie retributive ai suoi dipendenti, aveva compreso un concetto molto semplice, oggi apparentemente dimenticato: ogni incremento di produttività di un’azienda, permesso dall’ottimizzazione della gestione della forza lavoro, richiede un concomitante aumento del numero di consumatori (non solo nei mercati esteri) in grado di acquistare i beni prodotti. A più di mezzo secolo di distanza il pensiero formulato dallo zelante promotore della catena di montaggio solleva inquietanti interrogativi sul grado di svalutazione del lavoro oggi comunemente accettato: nonostante si riassumesse in un fattore di produzione votato alla più cruda e pianificata alienazione, in quell’epoca ad esso era infatti almeno garantito il diritto di tradursi in un'effettiva capacità di consumo.

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