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Ecm, la musica più vicina al silenzio

Pubblicato da Andrea Degidi Ven, 23/10/2009 - 23:22

Ovviamente allora non c'era l'euro, bensì il marco. E di marchi Manfred Eicher ne chiese e ottenne 16 mila in prestito da un generoso (e coraggioso) commerciante di Monaco di Baviera. Fiorì così l'Ecm, acronimo di Editions of contemporary music. Era il 1969, 40 anni fa, la posa della prima pietra della fabbrica della musica più vicina al silenzio. Cosa vuol dire? Che è una musica visionaria difficile a spiegare, a far intendere a parole. Bisogna naturalmente ascoltarla, e una montagna di volte, perché la prima volta si può anche rimanere sconcertati, spiazzati. Manfred Eicher, contrabbassista profondamente deluso dal concetto di orchestra, inizialmente optò per il jazz, una sfida ai soloni americani che allora ne detenevano il monopolio discografico.

 

Il primo disco fu di Mal Waldron, ma l'anima tedesca di Eicher venne rapidamente attratta da un suono diverso. Che c'era già, c'era sempre stato: ne erano piene le chiese, le piazze, le baite. Solo che era una musica mai ascoltata prima su disco. Un suono sotterraneo, ignorato da radio, giornali, tivù, case discografiche, conosciuto solo dal popolo. Il suono dei grandi spazi, del Nord, ma non solo. Cosa attraeva Eicher? La musica che usciva dagli schemi, senza stereotipi, più forte dei confini, poco radiofonica, difficilmente commerciale. E appunto, per non farsi strangolare da un'impresona del genere servivano ben altri fondi dei 16mila marchi iniziali del mecenate.

 

Eicher ebbe un'idea, spedì una lettera negli Usa: destinatario, mister Keith Jarrett, reduce dai fasti con il gruppo di Miles Davis. Con una certa faccia tosta gli propose di registrare un disco in trio, il lunatico pianista rispose che era sì interessato, ma ad un disco in solo. Era la genesi di 'Facing at you'. L'album fu un successone, Jarrett firmò a vita con l'Ecm ed herr Eicher intascò i soldini necessari per buttarsi nelle avventure più improbabili che potevano soddisfare il suo ego di produttore eternamente curioso. Una volta in un viaggio in auto ascoltò alla radio un pezzo di Arvo Part e se ne innamorò. Arvo chi? Il compositore estone, capace di sviluppare un senso di musica da camera assolutamente personale, fra il minimale e il religioso. E un anno dopo nasceva 'Tabula rasa'. Eicher non si è più fermato. Il suo catalogo, con il tempo, s'è fatto sterminato. E anche la copertina degli album è diventata un must: foto in bianconero, quasi sempre senza il musicista. Paesaggi a volte desolati ma allo stesso tempo ricchi di suggestione. Un'esigenza cui si sono piegati tutti: Paul Bley, Tomasz Stanko, Dino Saluzzi, Chick Corea, Pat Metheny, Bill Frisell, Egberto Gismonti e Jan Garbarek, diventato un'autentica star con Eicher alla console.

 

 

Il sassofonista norvegese proveniva da un jazz vicino all'hard bop, all'Ecm è progressivamente cambiato, c'è chi dice in meglio chi in peggio. Di certo il suo sound è diventato cangiante, ha assunto toni eterei, diafani, se vogliamo a volte anche new age. Col suo favoloso quartetto (Rainer Bruninghaus, Eberhard Weber, Marilyn Mazur) ha inciso decine di dischi per l'Ecm, bellissimo il 'Belonging' del 1974 con Keith Jarrett, Jon Christensen e Palle Danielsson, affresco di un jazz poco etno. Etno invece era il suo 'Ragas and sagas' del 1992 col cantante indiano Ustad Fateh Ali Khan, stupendo anche 'Twelve moons' col suo gruppo, anno 1993, dove spiccava l'epica 'Brother wind march'. E sempre la firma di Garbarek spunta nel disco-affresco della sfrontatezza Ecm. Anno 1993, il suo sax al servizio dei testi in latino dei cori sacri del quartetto polifonico dell'Hilliard ensemble, senza alcun altro strumento di accompagnamento: folk e religione, jazz e voci rarefatte. Una follia, pura utopia: ma incredibilmente premiata da un milione di copie vendute. E di milioni di copie ne vendette 4 il mitico 'Koln concert' di Keith Jarrett, registrato nel 1975 in condizioni estreme. Il pianista americano arriva a Colonia in auto dalla Svizzera, è stanco ma deve andare subito a suonare, mangia un boccone in un ristorante spaventoso e quando sale con lo stomaco in subbuglio e un sonno da morire sul palco del teatro dell'Opera trova un pianoforte diverso da quello richiesto e per giunta scordato nelle parte laterali. In un quadro degno di Fort Apache nasce un album leggendario, irripetibile, frutto dell'improvvisazione di un genio. Per l'Ecm Jarrett registrerà sempre e di tutto: jazz, ma anche Haendel, Bach, Shostakovich e Mozart. Poi è arrivata anche l'ora degli italiani: Gianluigi Trovesi, Gianni Coscia, Enrico Rava, Stefano Bollani.

Personalmente l'Ecm mi ha spalancato orizzonti sonori inimmaginabili: Garbarek mi ha trascinato col suo sax fra i fiordi norvegesi, il piano di Jarrett mi ha portato sopra le nuvole. Ma ho scoperto altri artisti sensazionali: i contrabbassisti Eberhard Weber e Miroslav Vitous, il pianista norvegese Tord Gustavsen, e alcune idee di Pat Metheny. A volte diciamo che la musica è finita. Invece non è vero: il mondo è ancora pieno di emozioni che manco ci possiamo sognare. Basta spalancare la finestra per assaporarle.

 

 

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